LUIS SEPULVEDA.
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INGREDIENTI PER UNA VITA DI FORMIDABILI PASSIONI.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Ingredienti per una vita di formidabili passioni  un'antologia di scritti e racconti, una "autobiografia informale" di Luis Seplveda, pubblicata in Italia nel 2013 e che integra la traduzione di lavori contenuti in tre distinte produzioni dell'Autore.
La prima  la raccolta dal titolo: Escritura en tiempos de crisis. Articulos y reflexiones, a qui si aggiungono i racconti del testo: Atacama en siete das e quindi di una ulteriore raccolta: Chile, el pas de mi memoria.
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Presentazione.
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La scrittura, l'impegno politico, le amicizie, l'esilio, il viaggio: elementi indissolubilmente
intrecciati nel racconto di una vita avventurosa e affascinante come quella di Luis Seplveda. Da
quando, ragazzino, i primi amori lo inducono a trascurare la passione calcistica e a coltivare quella per
la poesia, Seplveda scopre che la letteratura che vale  quella che riesce a dar voce a chi non ha voce.
Ripercorrendo una vocazione dalle molte sfaccettature, queste pagine intrecciano racconti di vicende
personali, storie di lavoratori e delle loro lotte, grida di dolore per lo sfruttamento criminoso
dell'ambiente, riflessioni sferzanti sulla crisi economica che ha investito l'Europa e rievocazioni di
momenti condivisi con amici e maestri  tra gli altri Neruda, Saramago, Tonino Guerra. Emerge
soprattutto il Seplveda uomo: i ricordi mai sopiti del difficile passato cileno, i destini dei compagni
dispersi dall'esilio che si ritrovano su una piccola baia del Pacifico, un viaggio nel deserto di Atacama,
ma anche squarci di vita domestica, il ricordo di un nobile amico a quattro zampe, la gioia di riunire
intorno a un tavolo una meravigliosa famiglia allargata da cui farsi chiamare con l'epiteto di vecchio.
E su tutto la consapevolezza, sempre e comunque, di aver vissuto una vita di formidabili passioni.
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Luis Seplveda  nato in Cile nel 1949 e vive in Spagna, nelle Asturie. Ha pubblicato: Il
vecchio che leggeva romanzi d'amore, Il mondo alla fine del mondo, Un nome da torero, La frontiera
scomparsa, Incontro d'amore in un paese in guerra, Diario di un killer sentimentale, Jacar,
Patagonia Express, Le rose di Atacama, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegn a volare,
Raccontare, resistere (con Bruno Arpaia), Il generale e il giudice, Una sporca storia, I peggiori
racconti dei fratelli Grim (con Mario Delgado Aparan), Il potere dei sogni, Cronache dal Cono Sud,
La lampada di Aladino, L'ombra di quel che eravamo, Ritratto di gruppo con assenza, Ultime notizie
dal Sud, Tutti i racconti (a cura di Bruno Arpaia) e Storia di un topo e del gatto che divent suo amico.
Nella collana digitale Guanda.bit  presente inoltre Uno spettro si aggira per la Spagna. I suoi libri
sono editi in Italia da Guanda.
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1.
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Un dubbio e una certezza.
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A volte, spinto da amici, ho confessato come e perch diavolo ho deciso di fare lo scrittore o,
detto in modo pi modesto, di avvicinarmi alla letteratura. A volte invidio gli scrittori e le scrittrici che
confessano di aver vissuto in compagnia di vetuste e ben fornite biblioteche di famiglia. Non  il mio
caso. Sono cresciuto in un quartiere proletario di Santiago del Cile e anche se in casa c'era qualche
libro, soprattutto romanzi d'avventura  Jules Verne, Emilio Salgari, Jack London, Karl May  sarebbe
di una vanit spaventosa dire che si trattava di una biblioteca.
Quando ero un bambino, o meglio un preadolescente di tredici anni, il mio grande sogno era
affermarmi nel calcio e diventare un professionista di questo grande sport. Non giocavo male. Ero
attaccante nei giovanissimi dell'Unidos Venceremos, la squadra del mio quartiere, Vivaceta.
Cos il mio avvicinamento alla letteratura inizi una domenica d'estate, mentre camminavo con
i miei scarpini in spalla verso il campo su cui si disputava la coppa del quartiere, lo stadio Saens, di
propriet del Santiago Watt, il sindacato che riuniva gli operai di Chilectra, la societ cilena
dell'energia elettrica.
A quel tempo si aveva molta cura dei propri scarpini, si spalmavano con grasso di cavallo e, a
seconda delle caratteristiche del campo su cui si giocava, si cambiavano i tacchetti: morbidi, fatti con la
gomma di vecchi pneumatici quando il terreno era molle o umido; duri, generalmente di cuoio, quando
il terreno era molto asciutto, e leggeri, quasi sempre di osso, quando avevamo il piacere di giocare su
un tappeto erboso.
Il nostro Mister Pipa  cos chiamato in omaggio all'allenatore dei fumetti pi letti in Cile,
Barrabases, disegnati da Themo Lobos, che offriva ogni settimana una partita di pallone inventata 
ci dava consigli negli spogliatoi e ci spiegava la sua tattica. Utilizzavamo la formazione 4-2-4 e io di
solito giocavo da numero 11, oppure da numero 10, quando per qualche ragione mancava il nostro
ariete, Chico Valds. Inoltre toccava quasi sempre a me tirare i rigori e, modestamente, sbagliavo di
rado. Infine, era compito mio fare buoni assist in area avversaria.
Quella domenica stavo camminando nella mia via, di buon'ora perch noi giovanissimi
giocavamo alle dieci del mattino, quando all'improvviso vidi un camion dei traslochi fermo davanti a
una casa. Una nuova famiglia era venuta a vivere nel quartiere e una coppia di adulti trasportava mobili
dal camion all'appartamento; allora mi offrii di dare una mano e, mentre prendevo un tavolinetto, la vidi.
Era la ragazza pi bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di vita. Subito mi
trasformai in una furia traslocatrice pronta a scaricare sedie, tavoli, materassi, fagotti e scatoloni. Non
esagero dicendo che praticamente fui io da solo a svuotare il camion e a portare in casa la maggior
parte delle masserizie della famiglia.
Quando mi accorsi che era ora di andare allo stadio salutai, la madre volle a ogni costo offrirmi
una bibita e ordin alla figlia, la ragazza pi bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici
anni di vita, di portarmi un Orange Crush. Presi la bottiglietta emozionato e allora la madre disse:
Gloria, perch non inviti questo amico al tuo compleanno domenica prossima?
A essere sinceri, la ragazza pi bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di
vita mi invit senza troppo entusiasmo. Io me ne andai allo stadio ripetendo il suo nome. Gloria.
Facevo gi sogni di gloria.
Quella mattina giocai male. Malissimo. Sbagliai addirittura vari passaggi che di solito erano la
mia specialit: un centrocampista crossava verso il palo destro e l ad aspettare la palla c'ero sempre io,
la stoppavo con il petto e restavo accanto alla riga bianca di calce in attesa che gli altri attaccanti
invadessero l'area nemica per fare il passaggio che finiva quasi sempre in un gol del Chico Valds o
del Cabezn Apablaza. Il Mister mi gridava: Concentrati! Che diavolo ti prende!? Io facevo sogni di gloria.
Noi giovanissimi giocavamo due tempi di quindici minuti. Il secondo tempo lo passai in
panchina. Il Mister mi misur la febbre, mi domand cosa avevo mangiato a colazione. Io continuavo a
fare sogni di gloria.
Quella partita fin in una sconfitta dell'Unidos Venceremos. Tutti i compagni mi insultavano, il
Mister invitava alla calma dicendo che la nobilt del calcio sta nel sapere incassare le sconfitte. Io
facevo sempre sogni di gloria.
Passai una settimana orrenda pensando a cosa regalare a Gloria per il suo compleanno. Un
disco? Ignoravo completamente i suoi gusti musicali. Un libro? Quale? Una tavoletta del miglior
cioccolato Costa? E se non le piaceva? Alla fine decisi di separarmi dal mio pi grande tesoro, dal pi
prezioso dei miei beni, ma senza troppo dispiacere. Cos la domenica successiva, alle cinque del
pomeriggio, dopo aver fatto la doccia al termine di un'altra partita in cui ancora una volta avevo
giocato male ma che per fortuna era finita in un pareggio, andai a casa di Gloria col mio tesoro ben
impacchettato in una vistosa carta regalo.
La trovai circondata da altri ragazzi del quartiere, sorridente, pi bella della domenica prima, e
facendomi strada a gomitate la raggiunsi. Tremando di emozione l'abbracciai, mormorai buon
compleanno e le diedi il regalo.
Grazie disse Gloria e lo pos su un mobile accanto ad altri regali. Aprilo la esortai con una
voce che voleva essere sicura senza riuscirci per nulla.
Mi piace aprire i regali quando sono da sola ribatt lei e dedic tutta la sua attenzione agli
altri ragazzi che la circondavano.
No! Aprilo adesso! ordinai, convinto che non appena quella corte di squali avesse visto il mio
regalo sarebbe svanita all'istante.
I suoi begli occhi che passavano dal marrone chiaro al verde smeraldo si spalancarono in
un'espressione sorpresa, afferr il pacchetto, tolse il nastro, apr la carta e con mio grande stupore prese
fra le dita il pi grande dei miei tesori con l'aria di chi tocca un topo morto. Mormor un grazie
svogliato e lo rimise accanto agli altri regali ricevuti.
Pi di una volta avevo sentito mio padre brontolare che  impossibile capire le donne e quel
pomeriggio mi resi conto che il vecchio aveva ragione.
Mi feci di nuovo strada fra gli squali che la circondavano, mi piazzai davanti a lei e le chiesi se
sapeva cos'era il mio regalo.
Una foto. E ti ho gi ringraziato rispose Gloria e rivolse gli occhi al gruppo di squali che
sussurravano: sparisci, rompipalle, vattene a fare un giro, e altre frasi apertamente ostili.
Il Mister ripeteva che la nobilt nel calcio sta nel saper incassare le sconfitte, ma sosteneva
anche che la vittoria nasce dalla perseveranza. Cos mi piazzai di nuovo davanti ai suoi begli occhi per
spiegarle che cosa le avevo regalato.
No, Gloria. Non  una foto.  La Foto esclamai mostrandole la fotografia della nazionale di
calcio con la firma di tutti i fuoriclasse che nel campionato del mondo, giocato in Cile nel 1962 e cio
pochi mesi prima, erano riusciti a conquistare un terzo posto che avrebbe reso per sempre onore al
calcio cileno. Ore, giorni, settimane, mesi mi era costato avere tutte quelle firme, fra cui spiccavano
quella di Misael Escuti, il portiere, di Jorge Toro, il goleador massimo, di Leonel Snchez, Tito
Fouillioux, tutti gli immortali.
Non mi piace il calcio rispose. E in quella frase scoprii il veleno degli amori impossibili.
E si pu sapere cosa diavolo ti piace? le chiesi con la certezza della gloria perduta.
Mi piace la poesia disse prima di scomparire dalla mia vita.
Ma non scomparve per sempre perch continuai a pensare a lei, a guardarla da lontano mentre
andava alla fermata dell'autobus con indosso la sua uniforme del Liceo femminile n. 2. Un giorno mi
capit fra le mani un libro di Pablo Neruda: Venti poesie d'amore e una canzone disperata. Quando
lessi quei versi, sentii che Neruda li aveva scritti pensando a me e alla mia Gloria perduta.
Diventai un fervido lettore di poesia. Da Garca Lorca ad Antonio Machado, da Gabriela
Mistral a Len Felipe, da Neruda a de Rokha, e con il passare del tempo l'amore per le parole mi si
rivel come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito.
Gloria era ormai scomparsa dai miei ricordi quando iniziai a scrivere poesia o quello che
pensavo potesse anche essere poesia.
La vita  un insieme di dubbi e di certezze. Ho un grande dubbio e una grande certezza. Il
dubbio  se la letteratura abbia guadagnato qualcosa dalla mia militanza nella scrittura. E la certezza 
che per colpa della letteratura il calcio cileno ha perso un grande attaccante.
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2.
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La prima sigaretta.
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L'unica cosa di cui sono sicuro  che avevo quattordici anni e mi ero innamorato per la seconda
volta. Il primo amore mi era durato giusto qualche settimana e si era spento per disinteresse calcistico
della controparte, ma il secondo mi aggred con forza, con tutti i sintomi, insonnia, inappetenza,
espressione idiota stampata in faccia, diserzione dal gruppo di amici e voglia di scrivere poesie. La
controparte si faceva pregare, si lasciava amare, viziare, portare la borsa del liceo, pesante come se
dentro ci fosse stata un'enciclopedia, divorava felice i pop-corn dolci che le compravo al cinema, non
protestava mai quando pagavo i biglietti d'ingresso n disdegnava i gelati alla lcuma del caff Paula.
Il primo passo avanti fu quando si lasci prendere la mano nelle passeggiate al Parque Forestal,
intimit che interrompeva per chiedermi dei barquillos, e io mi scioglievo vedendo che, pi che
mangiarli, rosicchiava delicatamente i biscottini per farli durare.
Il secondo passo avanti, che mi fece quasi cantare vittoria, fu quando al cinema si lasci mettere
un braccio intorno alle spalle; mentre lei scartava le calugas di Las Escocesas  non che mi importasse,
ma su dieci se ne mangiava nove  io le accarezzavo i lunghi capelli biondi, a volte giocherellavo con il
suo orecchio sinistro e desideravo che il film durasse almeno il doppio.
A quattordici anni il bacio  un problema, uno non sa se si soffia o si succhia, non ci sono
manuali, e le conversazioni con gli amici mi terrorizzavano per la mia inesperienza. I consigli
dicevano: se si lascia mettere la lingua in bocca ce l'hai fatta, oppure: se ti mette la lingua in bocca
ormai  tua. Per fare esperienza chiesi a una cugina di qualche anno pi grande di insegnarmi a baciare,
lei accett in cambio di un 45 giri di Leonardo Favio, mi mise davanti a s, protese le labbra con gli
occhi chiusi e quando cercai di infilarle la lingua in bocca rispose con un ceffone che mi stese. Persi il
disco del cantautore argentino, feci una figura ridicola e non imparai a baciare.
Ma i passi avanti continuavano. Dal braccio sinistro intorno alle spalle passammo al braccio
destro sul seno, il che mi permetteva di supporre che l'abbracciavo come si deve, le accarezzavo i
capelli, le orecchie, il viso, tranne la bocca sempre occupata a mangiare qualche dolciume che le
compravo prima di entrare al cinema.
E fu in una sala del cinema Espaa di Santiago, mentre lei divorava mandorle caramellate e
guardava un film di Pili e Mili, che mi azzardai a chiederle di baciarmi. La sua risposta fu tra il crudele
e lo sconcertante: disse che i baci erano una cosa terribile per i denti, che i batteri passavano di bocca in
bocca e non c'era Colgate o Odontine che potesse servire, poi continu a mangiare mandorle.
La lasciai con Pili e Mili. Uscii in strada, comprai un pacchetto di Baracoas in un chiosco e
seduto nella Plaza de Armas accesi la prima sigaretta della mia vita.
L, fumando, compresi che la vita era complicata, che tutto era complicato, persino l'amore e i
batteri.
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3.
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Ombre su Isla Negra.
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La notizia della morte del Poeta Pablo Neruda giunse a noi cileni come un'ennesima ondata
dello tsunami dell'orrore che si abbatteva sulle nostre vite. A partire dall'11 settembre 1973, l'orrore ci
accompagn come la pi perversa delle ombre e quando venimmo a sapere che il nostro Pablo ci aveva
lasciato, sentimmo che all'orrore si univa anche un'enorme solitudine, perch per noi cileni Neruda era
sempre stato il fratello, il compagno che sapevamo vicino nella sua amorosa vedetta di Isla Negra.
Le ombre sulla morte del Poeta ha iniziato a dissiparle molto tempo fa Manuel Araya, l'uomo
che era stato scelto dalle Juventudes Comunistas del Cile come autista e responsabile della sicurezza di
Neruda. Manuel Araya fu testimone diretto dei fatti che avevano accelerato la morte del Poeta, ma la
sua coraggiosa testimonianza fu occultata dalle ombre create dalla dittatura, dalle esitazioni della
vedova e da una serie di discutibili amici del Poeta, che si sono eretti a biografi, ma solo di biografie
autorizzate dal regime. Non vale nemmeno la pena nominare quelli che, per qualche prebenda in pi o
in meno, qualche ambasciata in pi o in meno, si sono messi al servizio della storia ufficiale, della
storia scritta dai vincitori.
Neruda  un grande protagonista dei movimenti sociali cileni, la sua poesia  impregnata
dell'aria del Cile e dell'America latina, dell'ansia di giustizia che nasce all'alba dell'invasione armata
(altri la chiamano conquista) del paese e raggiunge la sua massima espressione con la comparsa del
proletariato pi organizzato, colto e attivo di tutto il continente americano. Neruda  un erede diretto di
importanti leader operai come Luis Emilio Recabarren ed Elas Laferte, e la sua grandissima amicizia
con Salvador Allende ha creato un rapporto fra un leader e un intellettuale che  stato decisivo per il
corso della Rivoluzione cilena.
Si pu uccidere un Poeta della grandezza di Neruda?
Parodiando Thomas de Quincey, possiamo affermare che ci sono molti modi per uccidere un
poeta, tuttavia la mentalit vile, profondamente ignobile dei militari cileni li ha indotti a evitare un
assassinio alla luce del sole, una fucilazione alla Federico Garca Lorca, e a optare per la tattica
sibillina dell'assassinio come segreto di Stato e a distogliere l'attenzione nel momento pi critico, nel
caso in cui la prima tattica non avesse funzionato.
E oltre a quello che abbiamo iniziato a scoprire,  bene aggiungere che cominciarono ad
ammazzare Pablo Neruda fin dal primo momento in cui la destra cilena, il Partito democratico cristiano
e l'imperialismo statunitense decisero di mettere fine a qualsiasi costo al governo popolare guidato da
Salvador Allende.
La sensibilit di Neruda non rimase estranea agli sforzi del paese di superare i continui
sabotaggi, le manifestazioni che invocavano un colpo di Stato, le continue provocazioni del fascismo
cileno davanti a un popolo con una forte vocazione democratica che voleva assolutamente evitare una
guerra civile.
Quando, a mezzogiorno dell'11 settembre 1973, gli aerei dell'aeronautica cilena bombardarono
il palazzo della Moneda, quando il metallo sereno della voce di Allende fece entrare il compagno
presidente nella galleria degli uomini pi ammirevoli e l'orrore del fascismo si impadroniva del Cile, in
quel preciso istante il nostro Pablo cominciava a morire.
Forse un'indagine rigorosa trover nei suoi resti la traccia velenosa dei suoi assassini, ma
nessuna autopsia dar un risultato pi completo ed esatto dei versi di Csar Vallejo: Il suo cadavere
era pieno di mondo.
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4.
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Don Nica.
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In Cile sono in pochi a chiamare Nicanor Parra il nuovo premio Cervantes. Per molti, i meno
fra i molti,  il fratello di Violeta Parra o uno dei Parra o l'unico Parra che ha finito gli studi ed  andato
all'universit ed  diventato un fisico, un matematico, persino un filosofo nei momenti d'ozio. Ma per
la maggior parte dei cileni e dei latinoamericani  don Nica, il venerato paladino dell'irriverenza.
Don Nica si  affacciato alla poesia quando il campo era occupato da Pablo Neruda, Vicente
Huidobro, Gabriela Mistral, Pablo de Rokha e tanti altri poeti che si dedicavano con grande impegno a
scrivere versi, decisi a fare qualcosa di importante. Lui invece non diceva di essere un poeta, si
autodefiniva un antipoeta.
Ma... Cos' un antipoeta: un mercante di bare e urne funebri? Un sacerdote che non crede in
nulla? Un generale che dubita di s? Un vagabondo che ride di tutto, anche della vecchiaia e della
morte? Un interlocutore suscettibile? Un ballerino a un passo dall'abisso?...
Le domande si moltiplicano come quando tentano di definire  compito impossibile 
l'affascinante segreto della sua antipoesia, sia quella delle parole sulla carta sia quella degli oggetti
inconcepibili creati dai suoi artefatti.
Per interrompere una discussione che durava pi del dovuto e nascondeva i gravi problemi della
societ cilena, don Nica ha scritto: La izquierda y la derecha unidas jams sern vencidas (Sinistra
e destra unite non saranno mai vinte) e le interpretazioni di questa antipoesia hanno riempito e
continuano a riempire migliaia di pagine compilate da eruditi che semplicemente non hanno capito don Nica.
 possibile lodarlo in modo convenzionale? La risposta  un no netto, netto come il grido che
esce di gola quando bisogna sfogare qualcosa, quando bisogna mollare la zavorra dello scontento e
della frustrazione e, per esempio, urlare insieme a lui: Io ho una voglia matta di gridare / viva la
Cordigliera delle Ande / muoia la Cordigliera della Costa. / Il motivo nemmeno lo sospetto / ma non
resisto pi: / viva la Cordigliera delle Ande! / Muoia la Cordigliera della Costa!
Don Nica  sempre stato ed  dove si deve essere. Fu il primo a parlare di ecologia quando tutti
credevano che fosse roba da mangiare con gli asparagi, o di diritti civili quando molti pensavano che
fosse un tema di competenza della Bibbia, o dell'educazione laica e gratuita quando il Cile dava via il
suo futuro per una carta di credito. E don Nica era l a ricordarci che molto tempo prima eravamo usciti
da una caverna e avevamo scoperto il fuoco e avevamo inventato altre mille cose, dalla freccia alla
bomba atomica, dalla geometria alla penicillina, dal diritto romano al riscaldamento globale, e che se
non pensavamo a queste faccende con un serio senso dell'umorismo, la cosa pi probabile era che
tornassimo nella caverna.
Don Nica non ha mai pontificato n si  mai autoproclamato detentore di grandi verit. Don
Nica rappresenta il meglio, quanto vi  di pi puro nell'uomo di provincia affacciato al balcone
dell'universalit, senza concederle la minima importanza.
Non conosco nella letteratura universale un altro poeta le cui antipoesie e poesie siano entrate
nel linguaggio colloquiale, ma senza l'ansia del guarda quanto sono colto, adesso mi spingo a citare
un poeta. Nicanor Parra, don Nica, si cita omettendone il nome e con la stessa gioia di quando si dice:
Un mio amico ha detto.
Come ha ripetuto lui stesso pi volte, non ha mai aspirato a far entrare la sua opera in quello che
gli imbecilli chiamano la cultura nazionale, perch come si potrebbero classificare i testi e i
manufatti di un artista che ha sintetizzato il carattere della sua epoca fin quasi ad arrivare a un
minimalismo assoluto? Negli anni Settanta, mentre si pubblicavano migliaia di libri che cercavano di
spiegare le contraddizioni di classe, don Nica present una serie di artefatti intitolati Manifesto del
Marx Morto. Uno di questi era costituito da due urne rettangolari di vetro: in una c'era un rotolo di
carta igienica con la parola borghesia e nell'altra delle pagine di giornale attaccate a un chiodo e la
parola proletariato.
Stavolta il premio Cervantes viene meritatamente assegnato a un grandissimo antipoeta che, nel
riceverlo, dir: Io sono un commerciante indifferente a qualsiasi tramonto / Un professore in
pantaloni verdi / che si dissolve in gocce di rugiada / Un piccolo borghese, ecco chi sono / Non mi
importa del rosso della sera! / Ma mi affaccio lo stesso sui balconi / e grido a squarciagola fin che
posso / Viva la Cordigliera delle Ande! / Muoia la Cordigliera della Costa!
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5.
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Lettera a dei giovani lettori giapponesi.
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Cari amici giapponesi,
per parlare di me e della mia opera non posso che partire dal romanzo di Haruki Murakami,
L'uccello che girava le viti del mondo. Sono nato in Cile nel 1949, sull'altra sponda del Pacifico, in un
paese tormentato come il vostro da terremoti e tsunami, un paese lungo quasi cinquemila chilometri che
comincia in un deserto e finisce in Antartide. Solamente a un uccello pazzo poteva venire in mente di
farmi nascere l.
Quello stesso uccello pazzo ha fatto s che il mio primo romanzo, Il vecchio che leggeva
romanzi d'amore, non fosse ambientato in Cile ma nella selva amazzonica, dove ho vissuto qualche
anno, sempre per ordine di quell'uccello pazzo che gira le viti del mondo. In seguito ho pubblicato altri
romanzi, uno dei quali noto anche ai lettori giapponesi, Storia di una gabbianella e del gatto che le
insegn a volare, che ha come sfondo Amburgo, in Germania; altri si svolgono invece fra Berlino e la
Terra del Fuoco, fra la Patagonia e la Francia, perch quell'uccello pazzo che gira le viti del mondo ha
deciso che avessi una vita molto movimentata, un continuo viaggio, come suo compagno di volo, e
questo mi ha permesso di avere una prospettiva molto singolare sul mondo e sulle passioni umane.
Mi piace la poesia delle piccole cose e cerco di esprimermi con l'affascinante sintesi dell'haiku.
Sono un lettore onnivoro, non ho metodo n ordine di preferenza perch mi lascio portare da
quell'uccello pazzo che gira le viti del mondo e che mi dice: Tira fuori quel libro l dalla biblioteca,
oppure Preferisco che tu vada a vedere questo film e non quell'altro, e devo ammettere che l'uccello
non mi ha mai deluso.
In Cile ero uno studente felice che partecipava agli sforzi collettivi per migliorare il paese. Nel
1973 ci fu un colpo di Stato, cominci una lunga dittatura, passai qualche anno in carcere, poi andai in
esilio, e quell'uccello pazzo che gira le viti del mondo mi ripeteva sempre: Sta' tranquillo, non ti
preoccupare, le cose alla fine si sistemeranno.
E ora che ho sessantadue anni sono felice che i miei libri siano tradotti in quasi tutte le lingue,
provo un'enorme gratitudine per i miei lettori e condivido pienamente l'opinione di Kenzabur? ?e, che
ammiro molto e che ho avuto occasione di conoscere in Corea, quando dice: Apparentemente siamo
tutti prigionieri di un mondo mentale in cui le visioni si diluiscono con il sogno e il desiderio.
Tutta la mia vita, tutto quello che ho fatto, tutto quello che ho scritto e che scriver,  segnato
dal sogno e dal desiderio che mi ha trasmesso quell'uccello pazzo che gira le viti del mondo.
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6.
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Dare voce a chi non ha voce.
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Suppongo che il primo documento che d voce a chi non ha voce sia il poema epico intitolato
L'Auracana, scritto da un soldato poeta, Alonso de Ercilla, che nel 1542 accompagn Garca Hurtado
de Mendoza nella conquista del Cile. In quel poema, Ercilla testimonia il valore dell'Altro, dell'indio,
di chi era diverso ma al tempo stesso degno e coraggioso.
Invece la testimonianza letteraria pi nota di questo dar voce a chi non ha, o non pu far sentire,
la propria voce  forse il J'accuse di mile Zola, anche se in realt il capitano Dreyfus, malgrado
l'enorme coraggio dell'articolo di Zola, non ebbe modo di far conoscere il suo punto di vista e la verit
non riusc a imporsi in tutto il suo splendore.
Nella letteratura latinoamericana, a partire dal Settecento, sono molti gli esempi di scrittori che
hanno dato voce a chi non aveva alcuna possibilit di dire: Esisto. Vivo e non sono invisibile.
Quando il cileno Baldomero Lillo pubblic gli splendidi e durissimi racconti di Subterra e
Subsole, diede voce alla gente pi miserabile in modo non meno efficace di Zola con Germinale,
soffermandosi per a identificare con assoluta chiarezza i responsabili delle condizioni di vita
poverissime, inumane, in cui consumavano le loro esistenze i minatori del carbone nel Sud del Cile e i
minatori del salnitro nel deserto di Atacama. Baldomero Lillo diede la sua voce a questi uomini e a
queste donne e contribu a far entrare parole come giustizia e diritto nel loro vocabolario di operai.
Lo stesso si pu dire del brasiliano Guimares Rosa perch, quando scrive Grande Serto,
sceglie come narratore un uomo che vaga in una terra disastrata e attraverso quel racconto in linguaggio
popolare avanza una durissima denuncia sociale.
Nella nostra epoca, credo che lo scrittore pi coerentemente impegnato a dar voce a chi non ha
voce sia stato il polacco Ryszard Kapu?ci?ski. Un libro di racconti come Ebano ritrae l'identit del
continente africano nel suo sforzo di mettere fine al colonialismo e a una povert che per le potenze
straniere era non meno naturale del colore della pelle degli africani.
Fortunatamente sono molti gli scrittori e le scrittrici che hanno compreso la dialettica implicita
nel dualismo persona-scrittore. Come persone abbiamo il dovere di stabilire un rapporto con la vita e
con la societ improntato a un'etica rigorosa, che pi  rigorosa pi ci umanizza. Alla letteratura siamo
invece legati da un forte vincolo estetico. L'etica e l'estetica sono per destinate a incrociarsi e quindi
la cosa pi interessante negli scrittori e nelle scrittrici che apprezzo  che conferiscono alla loro
letteratura la stessa carica etica con cui affrontano i fatti sociali, mentre le loro vite si arricchiscono
della stessa carica estetica che conferiscono alla letteratura.
Non  un caso n un semplice stratagemma letterario che lo svedese Henning Mankell si serva
della trama di un noir scandinavo per dare voce alle vittime dell'apartheid in Sudafrica. Come non  un
caso che Doris Lessing abbia fatto della sua opera una continua tribuna da cui chi non ha voce esprime
la propria disillusione e al tempo stesso la propria speranza.
Per me  particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l'uomo e ci
che gli impedisce di essere felice. Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la
consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l'umanit. Mi sono
trovato a vivere nella seconda parte del Ventesimo secolo, un secolo segnato dal confronto tra due
potenze che hanno fatto della guerra e della pace un ricatto per spaventarsi a vicenda, e hanno deciso
che nelle rispettive zone d'influenza la libert, la giustizia sociale e la dignit fossero riservate all'lite.
So che a volte vengo considerato un individuo strano che sacrifica il suo talento e la sua
capacit di affermarsi (peccato che non abbia mai capito in cosa ci si possa affermare senza schiacciare
gli altri) e che spreca il suo tempo a raccontare storie di gente non molto interessante.
E in effetti, per esempio, invece di raccontare l'audace vita di un uomo di affari che riesce a
diventare il maggior azionista di una fabbrica di rubinetti per l'acqua potabile, preferisco narrare la
storia di un umile idraulico preoccupato perch certi rubinetti gocciolano, perdono acqua, e cos, per
evitarlo, al tramonto della sua vita condivide le proprie conoscenze con la gente umile del quartiere, e
gli do voce perch spieghi il portento dell'acqua, la duttilit di certi metalli, il nesso che lega un
attrezzo alla mano nell'esaudire un desiderio.
Qualche anno fa ho visitato il campo di concentramento di Bergen-Belsen. Di quel posto sapevo
che, fra centinaia di migliaia di vittime dei nazisti, era stata assassinata anche una bambina, Anne
Frank, e che i suoi resti giacevano in una delle tante fosse comuni, delle tombe collettive, dei
monumenti all'orrore. Bergen-Belsen e tutti i campi di concentramento di qualsiasi luogo al mondo
sono posti che si visitano in silenzio, perch la voce si rifiuta di descrivere quello che l'occhio vede,
quello che vede la memoria, pur sapendo che dovremo compiere lo sforzo di nominare tutto ci che
abbiamo visto con la forza inaugurale che hanno le parole.
In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno  non so n chi n quando 
ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l'origine di tutto ci che scrivo.
Quelle parole dicevano, dicono e continueranno a dire finch esiste gente decisa a sacrificare la
memoria: Io sono stato qui e nessuno racconter la mia storia.
Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io
avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce perch il suo silenzio smettesse di essere una
lapide carica del pi infame degli oblii. Per questo scrivo.
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7
A novantadue anni se ne va il mio amico,
il maestro Tonino Guerra
A novantadue anni ci lascia quel formidabile, eterno ragazzo che era Tonino Guerra. Uno dei
grandi del cinema italiano e mondiale, autore di sceneggiature memorabili come quelle di Amarcord e
Blow-Up, ma anche un immenso Poeta nel senso pi vero del termine, un Poeta con la maiuscola che
possiamo leggere in spagnolo grazie alla splendida traduzione dei suoi versi fatta dal Poeta di Valenza
Juan Vicente Piqueras.
Conobbi Tonino a una cena durante il Festival del cinema di Cannes. Ero paralizzato
dall'emozione perch accanto a me era seduto un genio dell'arte di raccontare storie sul grande
schermo, Michelangelo Antonioni. Afflitto da una malattia che gli impediva quasi di muoversi, riusciva
a stento a parlare, ma esprimeva tutto con lo sguardo.
Di colpo gli occhi di Antonioni si illuminarono ancora di pi e, con l'aiuto della moglie, si alz
in piedi per abbracciare l'elegante, venerabile anziano che si avvicinava al nostro tavolo. Era Tonino
Guerra, e io ringraziai la vita per quell'opportunit di trovarmi vicino a due giganti che ammiravo
tanto.
Tonino parl con Antonioni senza smettere di accarezzargli le mani. C'era un amore da amici in
quel gesto, un amore forte che cancell l'angoscia che opprimeva Antonioni per non riuscire a
esprimersi con assoluta chiarezza. Poi quell'uomo piccolo di statura, fisicamente fragile, compagno di
avventure di Federico Fellini, di Ettore Scola, di Ennio Flaiano, del grande Enrico Sabbatini, prese le
mie di mani e senza smettere di guardarmi negli occhi disse:
Caro Luis, ho letto la sceneggiatura del tuo film Nowhere, mi  piaciuta molto, anche se mi
spaventano le idee corali. Insomma, ti pregherei di venire a casa mia, a Pennabilli, cos ti do qualche
consiglio.
Mi si riempirono gli occhi di lacrime, ovviamente, davanti a quella prova di generosit di un
Maestro, di un grande saggio, e diedi subito la mia disponibilit ad andare a trovarlo quando voleva.
Due giorni dopo, insieme a Massimo Vigliar, nobile amico e produttore dei miei film Nowhere
e Corazn verde, andammo a Pennabilli. Lungo la strada pensavo al grandissimo onore che mi
concedeva la vita. Ascoltare le opinioni e i consigli di un poeta immenso come Tonino Guerra era un
premio, un vero premio!
Una volta a casa sua, Tonino mi invit a fare un giro e propose di sederci a conversare in uno
dei suoi angoli preferiti. Era un giardino pieno di piante aromatiche, dal basilico all'origano, dal
rosmarino all'aneto, dalla cedrina al coriandolo, tutte coltivate con le sue mani. Chiamava quel posto
L'orto dei frutti dimenticati.
A mezzogiorno esatto mi port nel punto pi soleggiato. L c'era, e c' ancora oggi, una
piccola statua che osservata frontalmente rappresenta due colombi in procinto di levarsi in volo, ma
quando il sole fu a picco sopra la statua i colombi proiettarono un'ombra magica, meravigliosa: erano i
profili di Federico Fellini e Giulietta Masina nel momento in cui si davano un bacio fugace come il
passaggio dei raggi. E anche quella statua che rendeva omaggio all'amore di due cari amici era opera di
Tonino Guerra.
Da lui ebbi i migliori consigli che possa ricevere uno sceneggiatore, formulati senza la minima
pedanteria e senza nemmeno l'autorit che gli conferiva la sua enorme esperienza, ma con lo stesso
affetto da amico con cui pi tardi divise con me del pane appena sfornato dal panettiere del paese.
Camminando mi ripet che, se anch'io ero convinto che la sceneggiatura  la struttura che regge tutto il
peso di un film, senz'altro concordavo sul fatto che doveva essere una struttura al tempo stesso solida
ed elastica. Una struttura antisismica spieg Tonino Guerra.
Seguii i suoi consigli dal primo all'ultimo. Erano tutti giusti, azzeccati, rendevano pi agile la
storia  per la prima volta riuscii a vedere il film prima di girarlo  e soprattutto davano grande
spazio sia alla tenerezza che alla forza dei personaggi. L'unica epica legittima  nella tenerezza mi
insegn Tonino Guerra.
La settimana successiva gli inviai la sceneggiatura corretta e a distanza di due giorni lui mi
telefon.
Caro Luis, ora s che  una sceneggiatura come piace a me.
Sei mesi dopo, con Giuseppe Lanci come direttore della fotografia, Roberta Allegroni come
camera woman e una troupe di centottanta persone, cominciammo le riprese di Nowhere nel Nord
dell'Argentina, in provincia di Salta, in un deserto vicino alla frontiera con la Bolivia. La prima volta
che dissi Azione!, dopo il ciak che d il via all'avventura, dedicai la scena al mio maestro Tonino
Guerra.
Durante le riprese, Tonino mi chiamava ogni due o tre giorni. Voleva sapere che cosa avevo
filmato: seguiva dall'Italia, sceneggiatura alla mano, le sequenze che riuscivo a girare in Argentina, mi
chiedeva di descrivergli le inquadrature e ripeteva che il mio grande alleato era il direttore della
fotografia; io continuavo a seguire i saggi consigli del mio amico.
Caro Luis, stai andando bene, non dimenticare mai la poesia delle piccole cose, non
risparmiare i piani sequenza perch sono sempre di grande aiuto durante il montaggio, usa il piano
sequenza come quaderno di regia e memorizza sempre ogni dettaglio dell'ultima inquadratura che hai
filmato. E se i produttori ti dicono che consumi troppa pellicola, mandali a farsi fottere: tu sei Dio nel
tuo film.
L'ho rivisto tante volte in seguito. Possiedo un grande tesoro: un libro inedito di Tonino Guerra,
illustrato da lui stesso, che mi regal come prova di amicizia alla festa per i suoi ottant'anni. Tonino era
la generosit fatta persona.
E oggi il mio amico, il mio venerato maestro, il mio carissimo Tonino Guerra se ne  andato.
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Sui troll e sull'importanza della bocca.
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Questo non  un testo di odontoiatria. Ma un social network riporta informazioni su un fatto
abbastanza inusitato di questi tempi: il presidente della Repubblica orientale dell'Uruguay, Pepe
Mujica, ospita nella residenza presidenziale i poveri che non hanno dove vivere in un inverno molto
freddo.
I social network come Facebook possono essere un posto fantastico per scambiare informazioni
e idee, e anche per mobilitare la gente quando la mobilitazione  un imperativo davanti agli eccessi del
potere. Ma i social network hanno un problema che li snatura e li priva del loro potenziale di
mobilitazione: i troll.
I troll hanno la bocca, ma non per parlare, solo per emettere rumori, fonemi, parole malamente
accozzate che spacciano per idee. Nel caso di questa notizia non  mancato il troll che ha cos
commentato: Non pu prestare quello che non  suo e poi dovrebbe risolvere i problemi di alloggio di
quella gente.
I troll hanno l'ossessione di entrare nei forum per dire qualunque cosa, per insultare, screditare,
gettare fango, ma non lo fanno solo in Internet, li troviamo anche fuori dallo schermo, e questo 
davvero grave.
In politica, i troll sono degli invasati che non esitano a esclamare a gran voce, senza che
nessuno abbia chiesto la loro opinione, che tutti i politici sono corrotti. E se qualcuno si prende il
disturbo di domandare se quel tutti  totale, e cio se sono realmente corrotti dal primo all'ultimo senza
eccezione, loro confermano la trollata aggiungendo che anche tutti i sindacalisti, tutti i gruppi
studenteschi, tutte le associazioni di zona sono inutili e corrotti.
I troll si dichiarano apolitici, sostengono che votare, partecipare alle regole del gioco
democratico non serve a nulla e che anche chi manifesta con argomenti di peso contro certi politici,
contro certi atteggiamenti sindacali e contro certi leader studenteschi o locali  in errore,  corrotto o
estremista.
I troll sono precedenti a Internet, anche se  in Internet che hanno maggiore visibilit, e il loro
grande problema  la bocca, perch per qualche ragione, forse mutazioni provocate dalle tante ore
trascorse davanti al computer, a insultare o a rubare libri, musiche e film, la cavit orale gli si  separata
dal cervello, nel cui meraviglioso meccanismo hanno sede i centri inibitori che ci impediscono di
commettere gaffe, fare figure ridicole e compiere crimini contro l'intelligenza.
I troll non capiscono l'importanza della bocca e forse non sarebbe male che, per pura igiene
sociale, si cucissero le labbra lasciando solo un buchetto indispensabile per l'alimentazione. Se
chiamarsi Ernesto ha la sua importanza, anche avere una bocca deve comportare un minimo di
responsabilit.
I troll, tuttavia, sono impermeabili a questo tipo di suggerimenti, ed  del tutto inutile informare
il troll di cui parlavamo sopra che i governi uruguayani del Frente Amplio, presieduti da Tabar
Vzquez prima e da Pepe Mujica poi, sono riusciti a ridurre la povert estrema di oltre un cinquanta per
cento in meno di un decennio, perch tale informazione non serve a correggere il funzionamento
irresponsabile della sua bocca.
Ed  altrettanto inutile aggiungere che la residenza presidenziale dell'Uruguay, come in tutti i
paesi civili,  propriet del popolo, e che in Uruguay il governo non lascia le misure strutturali al
calduccio dei termosifoni e i poveri per strada, perch i troll sono immuni alla logica, all'informazione
e all'uso responsabile della bocca.
Brutta storia questa dei troll, perch continueranno ad attaccare senza tregua. Forse tra qualche
decennio gli studiosi di questo sofferto inizio del Ventunesimo secolo diranno: all'epoca esistevano
esseri abominevoli detti troll o Lumpenproletariat informatico.
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9
Quella volta che Gabo era pi vecchio
e pi brutto di Gabo
Oggi, 6 marzo, quel ragazzo che si chiama Gabriel Garca Mrquez, Gabo per gli amici, compie
ottantacinque anni, e in suo omaggio vi invito ad ascoltare questa storia che solo pochi intimi
conoscono.
Nel 1990, Gabo e io ci incontrammo a Santiago: lui tornava in Cile dopo aver giurato che non
vi avrebbe pi messo piede finch la dittatura fosse rimasta al potere, io tornavo dall'esilio.
Gabo era stato incaricato di consegnare il premio per la Difesa dei diritti umani al vescovo
luterano Helmut Frenz, un tedesco che aveva rischiato la vita per i perseguitati, e dato che io stavo
rientrando dopo tanti anni, i compagni della rivista Anlisis, organizzatori del premio insieme
all'Academia de Humanismo Cristiano, avevano scelto me come anfitrione di quel magnifico e
venerato scrittore.
Dopo tre giorni che eravamo Santiago, mentre facevamo colazione a base di frutti di mare al
mercato centrale, Gabo mi raccont che una volta il suo caro amico Pablo Neruda lo aveva invitato a
mangiare in un posto di cui non ricordava il nome, ma che aveva i tavoli e le sedie sulla sabbia di una
spiaggia dove i granchi passeggiavano indifferenti all'appetito dei commensali e i nobili gronghi, i
graziosi sgombri, le flemmatiche sogliole e altre specie di mare saltavano con piacere sul tavolo.
Vista la descrizione, gli dissi che doveva trattarsi per forza della Caleta El Membrillo, a
Valparaso, e che, pur non sapendo se il posto fosse ancora come lo ricordava, potevamo andare a
mangiare sul mare.
Partimmo con una vecchia Simca presa in prestito da un compagno di Anlisis e due ore
dopo eravamo in un ristorante che, in effetti, aveva ancora i tavoli e le sedie sulla spiaggia.
Ci sedemmo e ordinammo un antipasto di locos in salsa verde e una brocca di dissetante vino
pipeo che aveva tutto il sapore del Cile meridionale. Il cameriere ci mostr una cesta con dei pesci che
ancora guizzavano, noi scegliemmo un grongo dalle squame argentee, gli chiedemmo di prepararlo alla
griglia soltanto con un po' d'aglio e cominciammo a mangiare.
Eravamo tutti presi a gustarci i frutti di mare, quando mi accorsi che un tizio, seduto insieme a
una donna a un tavolo vicino, guardava Gabo con insistenza. Capii che l'aveva riconosciuto e sperai
che si trattasse di una persona discreta. Avvertii Gabo, ma lui replic: Non importa, basta che non si
metta fra me e i locos.
Continuammo a mangiare, passammo dai locos al saporito grongo del Pacifico; il tizio per ci
guardava con sempre maggior insistenza, finch non riusc pi a trattenersi, si alz e venne verso di
noi.
Io fui completamente ignorato. L'uomo si chin verso Gabo e senza smettere di fissarlo gli
disse: Amico, di sicuro te l'hanno gi detto tante volte, ma tu sei uguale identico a Garca Mrquez. 
incredibile quanto vi somigliate.
Gabo, senza perdere la calma, gli rispose che in effetti glielo avevano gi detto in svariate
occasioni.
Il tizio non se ne andava, fissava Gabo e scuoteva incredulo la testa, cos mi rivolsi a lui in tono
energico: S, gli assomiglia, lo sappiamo, adesso per il mio socio e io stiamo trattando un affare,
perci ti saremmo grati se tornassi al tuo tavolo.
L'uomo se ne and con una smorfia di disprezzo, ma continu a fissarci con insistenza da
lontano commentando con la sua accompagnatrice. Come temevo, di l a poco era di nuovo da noi. Mi
ignor ancora una volta, pos una mano sulla spalla di Gabo e guardandolo negli occhi dichiar:
Senti, amico, non so se sai che alla televisione c' un programma che si chiama 'Cerca il sosia'. Se ti
presenti vinci, sono sicuro, e io ti posso anche raccomandare a un mio amico che lavora l. Vinci di
certo, cazzo, sembri il fratello gemello di Garca Mrquez.  incredibile!
Gabo mi guard e pronunci una frase che avrebbe potuto benissimo essere del colonnello
Aureliano Buenda, ma che io tardai qualche secondo a capire: A mentire e a mangiar pesce, bravo chi
ci riesce.
In altre parole, non aveva intenzione di staccarsi dal grongo e toccava a me far sloggiare il tizio.
S, amico,  uguale identico a Garca Mrquez e ti siamo grati per averci detto del programma.
Andremo in televisione, anch'io sono sicuro che il mio socio vincer, ma adesso, per favore...
Il tizio bofonchi un okay e torn al suo tavolo.
Non parlavi mica sul serio riguardo al programma borbott Gabo mentre ordinavamo mote
con huesillos, il dessert cileno per antonomasia.
Stavamo maledicendo il Nescaf che ci avevano servito alla fine, quando il tizio e la sua
accompagnatrice si alzarono, ma prima di andarsene lui torn da noi e butt l una frase che merita di
passare alla storia. Disse: La somiglianza  notevole, non si pu negare, ma a guardarti bene tu sei pi
vecchio e pi brutto di Garca Mrquez.
Da quel giorno, ogni volta che ci vediamo, il mio caro, ammirato, venerato Gabo mi domanda:
Lucho, ti ricordi di quella volta che ero pi vecchio e pi brutto di me stesso?
E come potrei dimenticare questa storia, vissuta a fianco di un gigante che si chiama Gabriel
Garca Mrquez, per gli amici Gabo?
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10.
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L'ultima verit di Salvador Allende.
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Un giorno di marzo del 2011 mi sono ritrovato nel Cimitero Generale di Santiago con quattro
dei miei compagni del GAP, il Gruppo di Amici Personali, gli addetti alla sicurezza di Salvador
Allende. Prima siamo andati al Mausoleo dove riposano i resti del presidente e di Hortensia Bussi, la
nostra cara Tencha. Siamo rimasti in piedi, in silenzio, poi ci  sembrato di sentire la sua voce che
diceva: Buongiorno, compagni e abbiamo risposto: Buongiorno, compagno presidente, la scorta  ai
suoi ordini.
Dopo ci siamo diretti al Mausoleo della memoria, dove riposano i corpi di uomini e donne
assassinati dalla dittatura che siamo riusciti a recuperare e identificare sconfiggendo la menzogna e
l'oblio. L'anno scorso abbiamo accompagnato in questo posto i resti di tre compagni del GAP. Il pi
grande di quei resti era un pezzo di bacino che pesava al massimo venti grammi, gli altri erano solo
briciole ma racchiudevano l'identit genetica che aveva permesso di riconoscerli, e adesso i tre
compagni riposano per sempre accanto a centinaia di vittime delle forze armate cilene. E fra quelli che
riposano nel mausoleo c' anche scar Lagos, un caro ragazzo, un socialista che mi sostitu nella scorta
del compagno presidente e l'11 settembre fu catturato nel palazzo della Moneda e torturato a morte.
Aveva ventun anni.
Il suo nome di battaglia era 'Johnny'. L'hai addestrato tu dice Eladio.
Era coraggioso quel ragazzino aggiunge Il Vecchio.
Mentre eravamo l, abbiamo parlato del provvedimento delle autorit giudiziarie che ordinava
l'esumazione del corpo di Salvador Allende per effettuare un'autopsia che determinasse con precisione
le cause della morte.
L'11 settembre 1973, a mezzogiorno, cominci il bombardamento aereo del palazzo della
Moneda. Allende resisteva al suo interno insieme ai dodici membri del GAP, mentre in un edificio
vicino, il ministero dei Lavori Pubblici, altri sei uomini del GAP tenevano a bada centinaia di soldati
all'attacco.
Nel palazzo della Moneda, in mezzo al fuoco e al fumo provocati dal bombardamento, Salvador
Allende volle che i combattenti del GAP uscissero e impart loro l'ultimo ordine: vivere.
Mentre si allontanavano, in mezzo alle esplosioni, i GAP sentirono un colpo di arma da fuoco
nel salone in cui era entrato il presidente, ma nessuno di loro pot vedere che cosa era successo.
Allende si era suicidato? Noi sopravvissuti del GAP pensiamo di s, che in un ultimo gesto di
dignit e coerenza Allende abbia voluto evitare al popolo cileno di veder uscire il suo pi alto
rappresentante umiliato, legato, vinto dai militari golpisti.
Eppure, dopo la morte del presidente, si verificarono due fatti contraddittori: i militari non
consentirono alla stampa di fotografare il corpo; l'autopsia ordinata dai golpisti fu effettuata da un
ginecologo e la relazione medico-legale venne stilata dall'avvocato Toms Vsquez, un fedelissimo
della dittatura che, anni dopo, firm un'altra relazione medico-legale in cui certificava che il
diplomatico spagnolo Carmelo Soria era morto in un incidente automobilistico, mentre la giustizia in
seguito appur che Soria era stato sequestrato, torturato e assassinato dalla polizia segreta della
dittatura. Quella prima autopsia compiuta sul corpo di Allende  priva di qualsiasi valore legale.
Dopo la morte, Salvador Allende fu sepolto a Valparaso, quasi in segreto, i militari permisero
la presenza solo della vedova e di un pugno di amici e famigliari. Non consentirono a nessuno di
vedere il corpo.
Nel 1990 i resti del presidente furono trasferiti da Valparaso a Santiago con un grande funerale
solenne a cui parteciparono migliaia di persone. Durante la prima esumazione si vide che Allende era
stato sepolto con gli stessi abiti che indossava l'11 settembre: una giacca di lana, un maglione a rombi
chiari e scuri e un paio di pantaloni grigi. Ma si notarono anche strani dettagli per cui la morte poteva
essere stata provocata da vari colpi esplosi da armi di diverso calibro.
Al di l del risultato di questa autopsia, le gesta di Salvador Allende, il suo coraggio e la sua
fedelt ai principi restano immutati nella memoria dei cileni.
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L'ostinata parola Sud.
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Se rileggo con attenzione tutti i libri che ho scritto, tutti gli articoli e i saggi, tutte le poesie e le
opere di teatro, trovo la parola Sud come una sorta di talismano che accompagna i miei testi. Qualche
anno fa, in un incontro di scrittori, un collega scandinavo si present dicendo che apparteneva al freddo
artico, all'aurora boreale, alle brume pi fitte, ed elenc una serie di belle caratteristiche del suo luogo
d'origine. Quando tocc a me parlare, dissi semplicemente: Sono del Sud.
Essere del Sud segna la vita, a volte con una certa fatalit, a volte con una nostalgia pi intensa
della nebbia scandinava, ma anche con una luminosit pi forte dell'aurora boreale, perch  la luce
della gente del Sud, del mio Sud, un territorio senza frontiere assurde a cui si arriva senza altro
requisito che amare il Sud. E quando uno  al Sud, in pochissimo tempo scopre che quel territorio gli
entra sotto la pelle e nel sangue. Allora uno  del Sud.
Un paio di anni fa ho presentato alla Real Academia de la Lengua Espaola la proposta di
aggiungere un nuovo verbo alla mia lingua, il verbo essere il Sud, e l'ho coniugato al presente, con le
finestre dell'Academia aperte.
Io sono il Sud, ho cominciato con il peso delle verit eterne. Tu sei il Sud, ho detto indicando
una donna dai tratti andini. Lui  il Sud, ho continuato additando un uomo con la pelle scura. Noi siamo
il Sud, ho dichiarato abbracciando con un gesto gli immigrati che passavano. Voi siete il Sud, ho
gridato ai musicisti di strada che suonavano sull'altro marciapiede. Loro sono il Sud, ho gridato ai
passanti che camminavano senza vedere l'ecuadoriana che si prendeva cura dei loro figli, il peruviano
che puliva il parco, l'honduregno che indossava l'uniforme di un esercito estraneo, il cileno che serviva
in un bar vicino, l'uruguayano, l'argentino, il boliviano, colombiano, paraguayano, brasiliano,
nicaraguense o africano perduti in quella savana d'asfalto, arrivati nel Nord per il pi puro e semplice
dei diritti: il diritto di vivere.
Ed  per loro, perch noi del Sud siamo il Sud, che la parola Sud  una presenza insistente in
tutti i miei libri.
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12
La chiave del cielo
Noi, quelli di allora, non siamo pi gli stessi ha scritto Pablo Neruda, e in parte  vero:
abbiamo lasciato che gli anni invecchiassero con noi senza il minimo rancore e ormai non ci stupisce
pi nulla.
La mattina del 1 marzo 2010 dicevamo in silenzio proprio questo. Noi tre sopravvissuti del
clan della Clef du ciel eravamo arrivati a quel che restava di Dichato, una piccola baia sul Pacifico che
due giorni prima aveva conosciuto la furia del mare e ormai era ridotta a un ammasso di macerie,
barche sfasciate e cadaveri che galleggiavano sulle acque calme della tragedia. C'era stato un terremoto
di intensit infernale e poche ore dopo un maremoto aveva cancellato il villaggio di pescatori dalla
geografia cilena.
Per il clan della Clef du ciel, Dichato era il posto dove tornavamo ogni due o tre anni per
vederci, verificare che eravamo ancora vivi e bere alla salute della francesina. Fra soccorritori che
recuperavano i morti dalle acque e gente con la faccia sconvolta che cercava di salvare una sedia, un
quadro, una bombola di gas fra le alghe, Fernando ha riconosciuto un pezzo di legno su cui si
distinguevano ancora i tratti robusti di Roberto Matta.
La casa era qui.  il retablo che Michelle aveva appeso in sala da pranzo ha spiegato.
Non abbiamo mai saputo se la casa era di sua propriet, ma credo fosse durante quei giorni
spossanti del 1972 che Michelle Manass si sedette con noi a uno degli enormi tavoli della mensa della
Casa de la Juventud e ci disse che aveva trovato un piccolo paradiso sulla costa di Tom, vicinissimo a
Concepcin.
Non sapevamo nemmeno bene quando fosse arrivata in Cile, perch Michelle Manass era
spuntata all'improvviso fra le tante volontarie che distribuivano cibo e beni vari insieme a migliaia di
studenti, mentre i camionisti erano arrivati a cento giorni di sciopero, senza che la paralisi dei trasporti
riuscisse a fermare il paese. Nei momenti di riposo, dividendo con gli altri empanadas fredde, Michelle
ci parlava di Algeri e delle sue passeggiate nella casbah in cerca di cose inutili che lei per immaginava
piene di storie. Quel giorno sfumato tra i ricordi della nostra rivoluzione pacifica ci raccont della casa
di Dichato e decidemmo di andarci, senza sapere che con quella decisione sarebbe nato il clan della
Clef du ciel.
Quante volte siamo stati qui? ha domandato Roberto prendendo in mano i resti fradici di un
romanzo di Romain Gary.
Nessuno se lo ricordava con esattezza, nessuno dei tre, voglio dire, perch mancavano due
membri al clan della Clef du ciel, Carlos e Ramiro. Un giorno del 1974 erano stati portati via dalla
facolt di lettere, li avevano fatti salire su un'auto senza targa ed erano diventati ricordo, puro e fragile
ricordo.
L'unica cosa di cui sono sicuro  che ci ha dato la chiave nell'ottobre del '73. Era il giorno del
suo compleanno, il giorno in cui compiva ventotto anni mi sono azzardato a dire fra le macerie, e
quelle parole sono riecheggiate mezze disfatte anche loro dalla furia del mare.
Fino all'11 settembre 1973 la casa di Dichato  stata l'angolo sul mare in cui siamo andati per
parlare della rivoluzione con la pi necessaria irriverenza, per bere il vino aspro della zona e ascoltare
le canzoni di Barbara e Lo Ferr, che Michelle metteva su un vecchio giradischi. Forse se ne era
andata dal Cile poco prima del colpo di Stato, qualcuno di noi le aveva sentito dire che era in partenza
per i Paesi Baschi, ma in realt nell'aprile del '77 l'avevo incontrata in una strada di Santiago, ci
eravamo abbracciati e senza parole ci eravamo detti tutto, tutto, anche la scomparsa di Carlos e Ramiro
era stata parte di quel silenzio eloquente.
Un pomeriggio freddissimo di aprile Roberto, Fernando e io tornammo nella casa di Dichato. Il
vecchio mare sbatteva le sue onde contro gli scogli vicini e dalla casa di Michelle Manass si alzava
una sottile colonna di fumo che invitava a entrare. Dei pezzi di legno gettati sulla riva dal mare
bruciavano nel caminetto di cotto e la francesina aveva appeso un pezzo del mural dipinto da Roberto
Matta su alcune assi di legno. Ci spieg che l'aveva salvato da un fal a Concepcin, che la pioggia del
Sud aveva interrotto un autodaf dei militari nel quale erano bruciati una tela di David Alfaro Siqueiros
e centinaia di libri. Accarezzando i resti dell'opera di Matta ci raccont di un basco il cui nome non ci
diceva nulla, Agustn Ibarrola, aggiungendo che faceva parlare il legno al di l del tempo e del dolore.
Quel pomeriggio non ascoltammo n Barbara n Lo Ferr. Il vino ci sembr pi aspro mentre
parlavamo della paura e del presente impregnato di assenza che ci circondava. Fu allora che Michelle
Manass ci consegn una chiave di quelle antiche, di quelle che viste di piatto sembrano lettere di
alfabeti felici, pronte ad aprire porte su spazi luminosi, caldi, salvifici.
Poi la vita cominci a chiamarsi esilio, per noi e anche per la chiave. Fra il 1977 e il 1990 quella
chiave viaggi dall'esilio australiano di Roberto all'esilio scandinavo di Fernando e dalla Svezia al mio
esilio tedesco. Ognuno la conservava per sei mesi e poi la inviava al successivo custode. Come mittente
scrivevamo soltanto Clan de la Clef du ciel.
Qualcuno ricorda che cosa ci disse quando ci consegn la chiave? domanda Fernando mentre
ci allontaniamo dalle macerie.
Ha parlato di una casa in cui saremmo stati sempre al sicuro, non mi ricordo se in Algeria, in
Francia, qui o nei Paesi Baschi mormora Roberto stringendo ancora in mano il libro di Romain Gary.
A Tom entriamo in un bar mentre la terra continua a tremare. Beviamo lo stesso vino di un
tempo mentre la terra continua a tremare. Qualcuno dice che uno scrittore basco, Ramn Saizarbitoria,
la nomina in un romanzo, mentre la terra continua a tremare. Bisogna cercare quest'uomo, diciamo,
mentre la terra continua a tremare.
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13
Pilar e Jos
Nel febbraio 2011 faceva abbastanza freddo a Povoa do Varzim, dall'Atlantico arrivava un
vento gelido e tutto consigliava di restarcene al calduccio con gli amici che partecipavano a Correntes
da Escritas, uno dei migliori festival letterari che si tengano in Europa, ma all'improvviso Pilar si 
imposta al mandato sedentario dell'Atlantico e ha detto che era ora di andare al cinema.
Mi  capitato di leggere una frase di Engels: La natura non conosce un istante di riposo, e
ogni volta che vedo Pilar penso a quella frase dell'amico e benefattore di Marx.
Sinceramente, mentre camminavamo verso il bus che ci avrebbe portati al cinema, non sapevo
quale film avremmo visto, finch non mi sono azzardato a domandare e Nicole Witt mi ha spiegato che
si trattava di un documentario di Miguel Gonalves Mendes su Pilar e Jos Saramago.
Sinceramente, mi  venuta voglia di tornare indietro, perch il ricordo di Jos Saramago,
l'ammirazione che provo per l'uomo e per lo scrittore, per il rigore etico che ha conferito al compito di
narrare, mi sono entrati nel sangue, sono una parte di me che non si mostra e che non accetta confronti
con ci che provano gli altri per il grande scrittore portoghese e per Pilar, la sua compagna, sua
traduttrice in spagnolo, aria pura che Jos ha respirato nei viaggi fatti insieme, non di paese in paese,
ma di causa in causa, e nei pochi momenti di riposo fra i campi di lava a Lanzarote.
Sinceramente, mi sono seduto un po' controvoglia nella prima fila di poltrone della sala, ma nel
giro di pochi minuti ho dimenticato dove mi trovavo perch l'obiettivo discreto, discretissimo di
Miguel Gonalvez Mendes mi ha restituito uno dei miei ricordi pi cari. Ero a Povoa do Varzim, ma
ero anche in una casa di Bad Homburg, in Germania, la casa di quella che era la nostra agente
letteraria, Ray-Gde Mertin, a bere un meraviglioso vino bianco del Reno in attesa che arrivassero Pilar
e Jos.
Io mi ero preparato una specie di discorso per Saramago, ero ansioso di dirgli quanto lo
ammiravo e amavo, quanto mi aveva insegnato con i suoi libri, e di spiegargli che, malgrado non
l'avessi mai visto prima, lo consideravo un amico.
Arrivarono Pilar e Jos. Pilar raccont alcuni imprevisti del viaggio fra gli abbracci delle
cinquanta persone presenti e Jos, in modo quasi impercettibile, si accomod su una poltrona, in
disparte, con quella sua tendenza a scomparire, a evitare di essere al centro dell'attenzione, che Miguel
Gonalvez Mendes ritrae cos bene.
Quando si gira un documentario, si sa che la cosa pi difficile sar far coincidere il nostro punto
di vista come registi con l'occhio della macchina da presa. Niente deve distrarre n turbare questo
punto di vista e Miguel Gonalves Mendes ne aveva uno molto chiaro: vedere il mondo attraverso
l'umanit, l'immensa umanit di Pilar e Jos.
Il film di Miguel Gonalves Mendes non  una celebrazione n un omaggio. La grandezza di
Saramago non trova aggettivi che la esprimano adeguatamente, quelli che esistono risultano
insufficienti. N tanto meno esistono parole per definire la societ formata da Pilar e Jos. E tuttavia
Miguel riesce a renderci partecipi di una forma di vita indivisibile, segnata da un amore che si avverte
ogni secondo, e da una disciplina, da un rigore di intellettuali fedeli alla lunga lista di doveri imposti
dall'epoca in cui vivono.
La cosa pi straordinaria del film di Miguel Gnalves Mendes  che protegge l'intimit di
Pilar e Jos, ma al tempo stesso ci invita a condividere un affascinante, faticoso, faticosissimo modo di
vivere, di comprendere il mondo, la gente, le cose, le contraddizioni che li toccano, la loro maniera di
affrontarle, e un'umanit traboccante che  la pi grande intimit.
L'obiettivo di Miguel Gonalves Mendes  discreto ma non nasconde n omette niente di
essenziale, non per conoscere, ma per stare accanto e insieme a Pilar e Jos. Il film  caratterizzato da
un rispetto giusto, non imposto, da un rispetto che  l'unico modo di avvicinarsi a un gigante come
Saramago, e a Pilar, che  il fondamento della sua statura.
Vorrei, infine, ricordare un aspetto che potrebbe essere definito estetica della dignit e che
Miguel Gonalves Mendes mette a fuoco con maestria: gli  bastato fissare l'obiettivo per qualche
secondo su una finestra per narrare l'approssimarsi del tramonto del grande scrittore.
Grazie, Miguel, in nome di tutti noi che tanto amiamo Pilar e Jos.
...
.
...
14
Un megabordello chiamato Eurovegas
Qualche anno fa  atterrato a Madrid un jet privato. Sopra c'era Mr Adelson, un imprenditore
del turismo, proprietario di vari casin e alberghi a Las Vegas, che veniva a tastare il terreno, a fare un
censimento di chi si lasciava corrompere e anche di chi era cos cretino da abboccare a una delle pi
grosse truffe di cui si abbia memoria.
Si trattava, in altre parole, di un'analisi di mercato e Mr Adelson, che aveva parecchio
bisogno di spazio per aprire una copia di Las Vegas, si  ben guardato dal parlare di cosa c'era dietro:
per i nuovi milionari russi e cinesi andare a Las Vegas o a Macao presenta certi inconvenienti nel
momento in cui bisogna spostare valigie piene di soldi. In Europa, invece, basta entrare in un paese
dell'area Schengen per muoversi senza problemi, e siccome i paesi dell'Est europeo, il confine
orientale dell'aerea Schengen, non brillano per il rispetto della legalit, avere un posto in cui riciclare
denaro attraverso l'arcinoto sistema del gioco d'azzardo era una necessit pi che urgente.
Mr Adelson ha scelto la Spagna dopo aver saputo che un ex presidente della provincia di
Castelln, Carlos Fabra, per sfuggire a tutti i sospetti di corruzione che insistevano a nutrire nei suoi
confronti certi giudici diffidenti, vinceva il primo premio della lotteria un anno s e l'altro pure. Carlos
Fabra  entrato nella storia universale della corruzione dopo aver costruito un aeroporto internazionale
dove non  mai atterrato n decollato alcun aereo, oltre a un orrendo monumento a se stesso che ha
fatto innalzare all'ingresso dell'aeroporto fantasma.
Madrid e la Catalogna hanno cos cominciato a disputarsi la possibilit di essere la sede di
Eurovegas, perch, a sentire Mr Adelson, il complesso di alberghi, bordelli e casin avrebbe creato
duecentocinquantamila posti di lavoro, alcuni onestissimi altri un po' meno. Mr Adelson ha posto
alcune condizioni ai suoi anfitrioni catalani e madrileni, che hanno inventato una nuova forma di
accordo basato sul discutibile talento di calare le brache, nel caso del presidente della Generalitat, o le
mutandine, nel caso della presidente della Comunit Autonoma di Madrid. L'indumento comunque era
il meno, l'importante era dimostrare a Mr Adelson l'assoluta disponibilit a restarsene con il culo
all'aria, alla merc di qualunque cosa Sua Signoria si degnasse di ordinare.
Fra le condizioni di Mr Adelson c'era quella di avere una legislazione del lavoro tutta
personale, di essere una specie di Vaticano in materia giuslavoristica, e gi sappiamo come risolvono i
problemi con i loro dipendenti i proprietari di bordelli e casin. La letteratura noir, il cinema e gli
archivi dei tribunali sono pieni di lezioni in merito. Ed  chiaro che, rispetto a seguire una procedura di
licenziamento, si fa prima a spezzare le gambe o l'osso del collo a chi perde la fiducia del Padrino. Il
molt honorable president de la Generalitat e la presidente della Comunit Autonoma di Madrid gli
hanno risposto: Certo, come no. Allora Mr Adelson ha detto che voleva anche dieci anni di vacanze
fiscali e cio non voleva pagare le tasse locali sugli edifici che avrebbero ospitato gli alberghi, i casin
e i bordelli, n le tasse governative sui guadagni. A quel punto bisogna riconoscere che per il presidente
della Generalitat  stata dura tradire il proverbiale attaccamento dei catalani al denaro e il suo s
pronunciato a denti stretti ha fatto guadagnare punti alla presidente della Comunit Autonoma di
Madrid, che vestita da majorette ha offerto a Mr Adelson un sensualissimo: S, d'accordo! senza
per riuscire a scaldare la freddezza da cowboy dell'imprenditore.
Mr Adelson ha preteso che nei suoi alberghi, bordelli e casin si potesse fumare, mediante
un'abolizione o una moratoria della legge antifumo, che in Spagna vige in tutti i luoghi pubblici senza
eccezione. La presidente della Comunit Autonoma di Madrid, Esperanza Aguirre, ha risposto con
entusiasmo: Se bisogna cambiare la legge, la cambieremo trascurando il fatto che le leggi si
modificano in parlamento.
Ora, visto che chiedere non costa nulla, Mr Adelson pretende che siano delle banche spagnole a
dargli il denaro per comprare i terreni e costruire i suoi alberghi, bordelli e casin. Spiega che non si
oppone al fatto che il governo faccia domanda di prestito alle istituzioni europee per finanziare questo
nuovo segno del progresso e della grandezza ispanica, il megabordello di Eurovegas, il locale a luci
rosse pi grande del mondo.
A questo punto per i valorosi proprietari dei locali a luci rosse i cui neon splendono lungo le
strade manifestano la loro contrariet per la concorrenza sleale.
L'associazione dei locali a luci rosse  il Reale Consorzio per il Commercio di Carni Varie 
spiega che i costi d'importazione del culodopera (non osano dire manodopera) saliranno alle stelle e
che sar sempre pi difficile trovare minorenni per la loro esigente clientela in tonaca, o quelle
cicciottelle arrapanti che rispondono ai gusti medi del consumatore nazionale. Sottolineano inoltre, con
grande preoccupazione, che sono loro a farsi volontariamente carico delle spese di rasatura delle teste
di portieri, buttafuori e altri funzionari incaricati di mantenere l'ordine, cos come a finanziare di tasca
propria i tatuaggi sui bicipiti dei dipendenti che si distinguono nel controllo e nel mantenimento della
produttivit. Si tratta di lamentele perfettamente comprensibili, specie in questi tempi di crisi in cui,
vista la scarsa liquidit dei consumatori, i proprietari dei locali hanno dovuto aprire linee di credito a
interessi bassissimi e, malgrado l'enorme diffusione della fornicard, non vedono i loro patriottici
sacrifici ricompensati dai guadagni.
La lamentela pi sentita fa per riferimento ai fatidici venerd spagnoli, quando a ogni consiglio
dei ministri le misure che vengono annunciate per alleggerire gli effetti della crisi portano i cittadini
alla deleteria convinzione che la sodomia sia gratuita e sempre pi volontaria. Tuttavia Mr Adelson
avanza nuove richieste: ius primae noctis, stage gratuiti a tempo indeterminato e l'introduzione per
reale decreto dell'arte di fumare sigari col retto.
La presidente della Comunit Autonoma di Madrid esprime il suo entusiasmo per tutte queste
misure che dimostrano come si fa impresa. Cos Eurovegas, il locale a luci rosse pi grande d'Europa,
sar presto una realt. Confermando l'essenza del Made in Spain: Spain is different. Grandi!!!
15
Lettera a un cretino
Al signor Pedro Sabat
sindaco del comune di uoa
Eccellenza, no, non si spaventi per il titolo di cortesia.  che anni fa ho pubblicato un romanzo
in cui gli abitanti di un paesino dell'Amazzonia chiamavano Sua Eccellenza un sindaco dalle
caratteristiche fisiognomiche, antropomorfiche e intellettuali molto simili alle Sue. Ora so che  stato
Lei a ispirarmi il personaggio e ogni volta che mi domanderanno da dove  uscito quel ciccione
vigliacco lo far presente.
Eccellenza,  bene che sappia della Sua fama mondiale, perch qualche giorno fa l'annuncio
che un sindaco cileno, Lei, si era permesso di definire puttane le studentesse dell'Internado Nacional
Femenino ha fatto il giro del mondo e i social network hanno abbondantemente diffuso la notizia della
Sua insolente villania.
 noto che Lei appartiene a un partito chiamato Renovacin Nacional, e migliaia di persone si
domandano che cosa aspetti quel partito a espellerLa, visto che non merita l'incarico di sindaco, n di
appartenere a un gruppo politico che, malgrado rappresenti la parte pi retrograda della societ cilena, i
pi beceri nostalgici della dittatura, nulla di pi lontano dall'idea di una condotta democratica, non pu
comunque accettare tra le proprie file un buffone della Sua specie.
Eccellenza, una puttana  una donna che offre servizi sessuali in cambio di denaro o di beni
commerciali e le studentesse dell'Internado Nacional Femenino sono ben lungi dal possedere queste
caratteristiche. Quindi, se Lei fa un'affermazione del genere dall'alto della Sua carica, ci troviamo
davanti a un dilemma: o ne dimostra la veridicit o si dimette, perch l'accusa, oltre che attentare
all'onore e alla dignit delle studentesse,  di una tale gravit da richiedere un'indagine specifica.
Eccellenza, Lei  un individuo dalle strane manie, ricordiamo ad esempio quando chiedeva
l'espulsione dal Cile di Marcelo Bielza, e la chiedeva a partire da una mania persecutoria protetta
dall'impunit assoluta in cui si  formato. Adesso, tuttavia, quell'impunit non Le  di alcun aiuto,
perch il Suo insulto alle studentesse dell'Internado Nacional Femenino non  rimasto n rimarr
impunito, anche se a qualche genio della lingua al servizio del governo  saltato in mente di proibire le
parole dittatura e maiale. Lei ha agito secondo i modi appresi dalla dittatura e niente potr evitare
che il Suo nome venga associato all'ambito suino.
Infine, Eccellenza, le suggerisco di guardare le foto della protesta organizzata dalle studentesse,
dai professori e dai famigliari. Anche quelle foto hanno fatto il giro del mondo e la Sua fama di persona
insolente, sciocca, stolta, mentecatta, demente si va ingigantendo. Osservi la sana allegria di quelle
ragazze e cerchi di grugnire delle scuse sincere.
16
Una storia di Natale
Non sono un grande amante del Natale,  una festa che in un certo senso rifiuto, con tutto
quell'armamentario di Babbi Natale e regali obbligati, ma quanto segue , in linea di massima, il fedele
resoconto di cosa  capitato a un'amica a Santiago qualche giorno prima del Natale 1986.
La mia amica viveva in un appartamento di calle Bombero Salas, in un palazzo degli anni
Cinquanta abbastanza malconcio, senza riscaldamento d'inverno e senza nulla che lo rinfrescasse
d'estate, e per sua somma sfortuna aveva quasi sei mesi di affitto arretrato da pagare e rischiava di
essere sbattuta per strada da un momento all'altro insieme ai due figli di sette e nove anni.
Non era un bel periodo, e anche il Natale non si preannunciava pieno di amore e cose buone in
tavola. L'appartamento non dava sulla strada ma su un triste panorama di tetti, finestre e tubi
arrugginiti e, secondo la mia amica, nemmeno i piccioni facevano il nido in quel posto lugubre.
Il 23 dicembre la mia amica rub un piccolo ramo di abete sul colle San Cristbal, lo port a
casa e prepar insieme ai figli il tradizionale albero di Natale, un albero triste perch tutti sapevano che
il 25 non avrebbe portato molti regali. E proprio in quel mentre dalla strada arriv il rumore
inconfondibile di una sparatoria, che d'improvviso le fece rivivere tutto l'orrore della dittatura. La mia
amica accese la radio e scopr da Radio Cooperativa che si trattava di una rapina. Pareva che dei ladri
vestiti da Babbo Natale avessero derubato l'addetto ai pagamenti di un'impresa edile nel momento
esatto in cui usciva da una banca con una borsa piena di soldi.
Di colpo il palazzo si riemp di carabineros armati fino ai denti. Senza troppi riguardi
perquisirono tutti gli appartamenti, aprirono stanze, mobili, fecero danni, perch l'odio non rispetta
nemmeno questa data simbolo di buona volont, e se ne andarono non senza prima ricordare agli
inquilini che erano tenuti a informarli se avessero notato qualcosa di insolito.
Verso le sei del pomeriggio di quella giornata calda la mia amica and a fare la spesa, solo un
po' di latte e di pane e, se bastavano i soldi, qualche dolciume per i bambini. Lasci i figli a guardare la
televisione e prima di uscire in strada apr la cassetta della posta. Vi trov una lettera del marito, una
busta con dei francobolli messicani a tema natalizio. Lesse la lettera che ripeteva le stesse cose delle
altre ricevute nei mesi precedenti: andava tutto male, malissimo, guadagnava a stento per tirare avanti e
stava seriamente pensando di attraversare la frontiera per tentare la sorte negli Stati Uniti. Aggiungeva
che non aveva perso la speranza di farsi raggiungere un giorno da tutti loro, che l'amava, che baciava i
bambini e buon Natale!
La mia amica impieg un paio d'ore a fare la spesa e al suo ritorno trov la strada bloccata da
alcune auto della polizia oltre che da un'ambulanza. Riusc a vedere i piedi e parte delle gambe del
cadavere coperto da un lenzuolo che stavano caricando. Il cadavere indossava stivali neri e pantaloni
rossi.
Con il cuore che batteva all'impazzata, sal a piedi i quattro piani che la separavano dal suo
appartamento, apr la porta e trov i due bambini ancora seduti davanti al televisore, ma con l'aria di
guardare tutto tranne le avventure di Beep Beep inseguito da Wile Coyote.
Il pi piccolo si gett piangendo fra le sue braccia e lei riusc a fatica ad asciugargli le lacrime, a
soffiargli il naso e a calmarlo per capire cosa diceva.
Babbo Natale  caduto ripeteva sconsolato il piccolo.
S, abbiamo sentito dei rumori alla finestra della cucina e lui era l, sembrava che volesse
entrare, ma  caduto spieg il pi grande.
La mia amica and in cucina, apr la finestra e vide altri vicini affacciati a guardare nel cortile
interno. Qualcuno diceva che si trattava di uno dei ladri inseguiti dalla polizia, che a quanto pare si era
nascosto sui tetti e poi aveva cercato di scendere calandosi lungo i tubi.
Ma  caduto e si  spiaccicato, poveretto aggiunse una vicina.
La sera del 24 dicembre 1986, la mia amica prepar un pollo arrosto. Lo serv accompagnato da
patatine fritte e insalata di pomodori. Una bottiglia di Fanta formato famiglia innalzava la tavola a un
livello festivo. Cenarono augurandosi buon Natale!
Arriv cos il momento dei regali. Lei ricevette un disegno del colle San Cristbal, con la
funicolare ferma accanto a un cartello che diceva ZOO e un braccialetto fatto con la pastina. Il pi
piccolo apr un pacchettino che conteneva due pupazzetti di plastica di Guerre stellari e il pi grande
una videocassetta su cui lei stessa aveva scritto: Tre film con Bud Spencer.
Anni dopo, mentre bevevamo uno stupendo margarita a Tlaquepaque, vicino a Guadalajara, in
Messico, la mia amica mi raccont che i bambini l'avevano ringraziata, poi per erano rimasti in
silenzio, non perch non apprezzassero i regali ma perch aspettavano il momento giusto per una
grande confessione.
Dai, diglielo aveva suggerito il pi piccolo.
Allora il figlio maggiore l'aveva presa per mano ed erano andati tutti e tre nel loro angusto
bagnetto. Il bambino aveva spostato un pannello di legno rivestito di piastrelle di plastica che copriva il
lato esterno della vasca, si era sdraiato per terra e aveva trascinato fuori una valigetta di cuoio. Dentro
c'erano varie mazzette di banconote, una bella somma di denaro che la mia amica in quel momento non
aveva saputo n voluto contare.
Ho aperto la finestra perch Babbo Natale entrasse ma lui ha buttato dentro la valigetta ed 
caduto aveva raccontato il figlio maggiore.
Quella sera la mia amica and a dormire con i figli a casa della suocera. Prima di prendere un
taxi comprarono un enorme pan de pascuas al caff Paula e i bambini dissero alla nonna che era un
regalo di pap. Tanti auguri!
Oggi la mia amica vive in un paese dell'America Centrale, ha un bel negozio di artigianato, il
figlio maggiore  medico e il pi piccolo studia legge. Inutile dire che la mia amica crede ardentemente
in Babbo Natale. Tanti auguri!
17
Laika
I cani sono nobili amici che all'improvviso se ne vanno. Arrivano nelle nostre vite con la loro
allegria a quattro zampe e diventano compagni con cui entriamo in intimit nella solitudine di una
strada, in giardino, passeggiando su una spiaggia. Parliamo con loro senza parole e loro ci parlano
nell'idioma puro di uno sguardo; una carezza, un gesto, bastano a renderli i nostri confidenti pi fedeli.
Quando ce ne andiamo la loro tristezza  genuina e quando ci vedono tornare la loro gioia  sincera.
Oggi, mentre scrivo queste righe, Laika, la nostra cagna, il nostro bel pastore tedesco, ci ha
lasciato per sempre, quel sempre con cui diciamo addio alla sua tenera compagnia, alla sua presenza
che ha colmato parte delle nostre vite e delle vite dei nostri figli, nipoti, amici.
Laika ha vissuto quasi quattordici anni e oggi che una malattia terminale ci ha obbligato alla pi
grande prova d'amore, a evitarle una morte atroce decidendo, per affetto, il minuto finale della sua vita,
 stata con noi come sempre, lo sguardo attento, le orecchie allerta, l'aria protettiva di guardiana di
questa casa piena di libri, oggetti, presenze care.
Laika amava questo giardino caotico, il mare vicino, gli uccelli, i ricci, gli scoiattoli che trovano
qui uno spazio libero da aggressioni e assieme a Zarko ha praticato il vivi e lascia vivere che li ha resi
animali esemplari.
Siamo arrivati in questa casa di Gijn credendo che fosse la fine dell'esilio, il focolare
definitivo per i figli, i nipoti e gli amici che la vita ci ha concesso con grande generosit. Bisogna
prendere un cane, abbiamo pensato a voce alta, e Javier Buluz ha risposto regalandoci un meraviglioso
cucciolo di pastore tedesco, e Zarko  diventato uno dei nostri. Bisogna prendere un gatto, abbiamo
pensato a voce alta, e dalla Protezione Animali abbiamo recuperato Manchas e Tigre, due gatti birichini
che sono entrati a far parte dell'allegria di casa. Zarko ha bisogno di una compagna, abbiamo detto a
voce alta, e in Baviera, in un allevamento di pastori tedeschi, ho trovato la cagnetta dallo sguardo dolce
che rispondeva al nome di Laika.
Non consideriamo mai i nostri animali delle mascotte, erano e sono parte di noi e alla loro
compagnia rispondiamo con l'amore responsabile degli esseri umani degni di tale condizione. Ma la
vita dei nostri piccoli compagni  breve e prima ci ha lasciato Manchas, il gatto che aveva deciso di
abitare sulla mia scrivania, e ora ci ha lasciato Laika, la guardiana che all'inizio di ogni mio viaggio nel
mondo mi ha sempre accompagnato fino alla soglia di casa e senza parole mi ha sussurrato: Vai
tranquillo, bado io al tuo focolare.
Poche ore fa, al momento di dirle addio, col suo sguardo attento e le sue orecchie allerta mi ha
detto che capiva e io l'ho ringraziata per quasi quattordici anni di nobilt, di fedelt inossidabile, di
affetto sincero espresso a salti e corse.
 un dovere per noi esseri umani evitare il dolore a chi amiamo, so che abbiamo fatto la cosa
giusta per proteggere la dignit e la bellezza di Laika, so che abbiamo risposto alla sua nobilt
facendoci carico del dolore che evitavamo a lei. E so che ormai nessun ritorno sar pi come prima,
senza Laika sulla soglia, senza il suo caldo benvenuto e il regalo dei suoi latrati allegri.
Con Laika se ne va una parte di noi, ma questa parte se ne va sicura, in salvo, protetta dal suo
sguardo attento e dalle sue orecchie allerta. Addio, Laika. Addio, nostra guardiana.
18
Un modesto decalogo per capire
il Grande Ricatto
1) Le cosiddette agenzie di rating che giocano con le economie di Grecia, Irlanda, Portogallo,
Spagna e Italia sono un oligopolio.
2) La parola oligopolio  composta da due termini greci: olgoi che significa pochi e
polin, vendere. Le agenzie formano quindi un gruppo di pochi offerenti, i pi importanti dei quali
sono tre: Standard & Poor's, Moody's e Fitch. Nessuno dei tre  europeo, sono tutti statunitensi.
3) Questi pochi offerenti vendono informazioni al sistema finanziario mondiale e costituiscono
una specie di oracolo indiscutibile, il cui unico scopo  naturalmente il profitto degli azionisti che ne
sono proprietari e i guadagni di quell'1% dell'umanit che  padrona del 99% della ricchezza del
mondo. Il neoliberismo imperante li ha imposti come massimo punto di riferimento economico e
nessun governo ha avuto il coraggio di rifiutare le loro indicazioni e previsioni, che sono considerate
infallibili.
4) Questo oligopolio  responsabile, da Wall Street, della crisi del sistema finanziario, perch
sono state proprio queste tre agenzie a consigliare, raccomandare e promuovere gli investimenti in
prodotti finanziari spazzatura. Hanno concesso la valutazione pi alta a titoli tossici e, quando si 
arrivati al collasso, non hanno risposto dei loro errori; nessun governo le ha dequalificate e nessun
istituto economico mondiale ha messo in discussione il loro gigantesco abbaglio, n il Fondo monetario
internazionale n la Banca mondiale, perch a quanto pare non esiste sulla terra un'autorit superiore
alla loro. Il governo degli Stati Uniti sospetta addirittura che abbiano falsificato i conti della banca
Lehman Brothers, il cui fallimento ha dato il via alla grande crisi del sistema finanziario. Lehman
Brothers ha pagato le agenzie perch presentassero rapporti truccati che mostravano una situazione
contabile pi favorevole.  stato un chiaro caso di corruzione al pi alto livello economico, ma le
agenzie continuano a operare nell'assoluta impunit.
5) Visto che dovevano rispondere alle sollecitazioni dei loro clienti del sistema finanziario
mondiale, che non hanno assolutamente subito perdite con la crisi ma hanno solo guadagnato un po'
meno, le agenzie hanno pensato bene di declassare il debito pubblico di paesi come Grecia, Portogallo,
Irlanda, Spagna e Italia. Perch l'hanno fatto? Perch il declassamento del debito pubblico fa s che i
governi neoliberisti di ogni razza adottino misure di adeguamento economico aprendo cos nuovi
mercati. Tagliare i diritti dei lavoratori, la cosiddetta flessibilit, apre un nuovo mercato di
manodopera molto pi economica. Il prolungamento degli anni di lavoro, primo passo della grande
riforma delle pensioni, cio la loro privatizzazione, apre un nuovo mercato basato su un semplice
calcolo: per pi anni si lavora, per meno anni si riscuote la pensione. I tagli allo stato sociale tendono a
diminuire la qualit dei servizi, che si parli di salute, istruzione o trasporti e infrastrutture, e il recupero
qualitativo sar possibile solo attraverso la privatizzazione dei servizi pubblici, di tutti, il che apre altri
nuovi e sostanziosi mercati.
6) Ma poich il sistema finanziario mondiale, quell'1% padrone del 99% della ricchezza
planetaria, ha bisogno di recuperare in fretta gli indici di profitto precedenti alla crisi, le agenzie di
rating, l'oligopolio criminale, sottopongono periodicamente il debito pubblico dei paesi pi colpiti a
nuove forme di declassamento che generano sfiducia nei mercati. Perch lo fanno? Perch per pagare
il debito pubblico i paesi devono indebitarsi, contrarre prestiti che pagano i cittadini. I paesi emettono
titoli sul debito e li immettono sul mercato ed  cos, per esempio, che se un paese offre per i suoi titoli
sul debito un interesse del 5% annuo, su ogni miliardo di euro entrato con la vendita di tali titoli i
cittadini dovranno pagare ogni anno cinquanta milioni di interessi. I titoli si vendono a vent'anni, il che
significa che trascorsi venti anni i cittadini avranno pagato un miliardo di euro in interessi, ma il debito
rester intatto, non avr subito variazioni.
7) Gli investitori che comprano i titoli dei paesi pi colpiti dalla crisi non li chiudono in
cassaforte, non si accontentano dei semplici interessi: li mettono a loro volta in vendita ma con interessi
un po' pi alti. Questa differenza in qualche modo deve essere pagata e la maniera pi efficace  far s
che le agenzie di rating, l'oligopolio criminale di Wall Street, creino sfiducia nei mercati in modo
che i paesi si vedano costretti a emettere altri titoli, e a un interesse molto pi alto.
8) Le agenzie di rating agiscono ricattando i paesi a vantaggio dei mercati e il loro oligopolio 
la parte pi potente dei mercati.
9) Ma chi finanzia queste agenzie di rating? I mercati e, per quanto possa dispiacerci, noi stessi.
Ogni volta che paghiamo la bolletta della luce o del telefono, poich Endesa, Iberdrola e Telefnica
fanno parte di questi mercati, un po' dei profitti che generiamo con i nostri soldi vanno a pagare i
servizi delle agenzie di rating. Non  quindi esagerato affermare che finanziamo chi ci ricatta.
10) Siamo obbligati a sopportare il ricatto di questo oligopolio? Sono molti gli economisti che
osano dire NO. Tuttavia manca la volont politica di creare un'agenzia di rating europea, non privata
ma gestita da rappresentanti di tutti i paesi dell'Unione.
La Russia e le cosiddette economie emergenti (India, Cina e Brasile) non accettano
l'intromissione delle agenzie di rating statunitensi, eppure le loro economie non soffrono la sfiducia
dei mercati.
In ogni modo, la vera possibilit di mettere fine a questo ricatto  nelle mani di noi cittadini e
inizia dalla presa di coscienza che il sistema capitalistico nella sua espressione pi perversa e disumana,
il neoliberismo, ha ormai toccato il fondo.  vero che non abbiamo un'alternativa chiara, concreta,
realizzabile a breve termine, ma c' gi il germe della pi urgente delle rivoluzioni: la rivoluzione
dell'immaginario di societ, di paese, di comunit umana che vogliamo lasciare in eredit ai nostri figli.
Dobbiamo decidere se vogliamo essere cittadini o consumatori, se abbiamo davvero bisogno di una
sovrapproduzione di beni deperibili, di brevissima durata. E soprattutto dobbiamo capire che la
democrazia non consiste nell'andare a votare ogni quattro anni per poi dimenticarsi dell'argomento.
Dobbiamo esercitare un controllo permanente sul potere e non permettere che anche solo una delle
nostre domande rimanga senza risposta. E sono molte le domande che abbiamo.
19
Atacama in sette giorni
Uno
Poco prima di atterrare all'aeroporto di Calama, il mio amico Guillermo Veliz, detto Coco,
pilota di molte trasvolate nel Nord del Cile, decide di passare sopra i vecchi impianti di Chuquicamata,
la miniera di rame e oro a cielo aperto pi grande del mondo.
Io lo so che Coco ama il deserto, di un amore in cui a volte confluisce l'odio per quanto 
andato perso, perch il deserto di Atacama, in tutta la sua indescrivibile bellezza,  un gigante che ci
ricorda la fragilit della vita e il rischio costante della perdita. La miniera di Chuquicamata si apre
come una cavit immensa e il mio amico non esita a definirla sensuale, e poi mi racconta che fu suo
padre, di professione rottamaio del deserto, il primo a notare che aveva la forma di una vagina. Il
vecchio Veliz era un tipo scontroso che viveva nelle vicinanze di Copiap in compagnia di una
radiolina transistor e che era arrivato a possedere una flotta di venti caterpillar, dismessi dalla miniera,
con cui girava per i vecchi impianti abbandonati, le raffinerie di salnitro e altre miniere esaurite,
raccogliendo metalli di ogni tipo che poi riciclava e vendeva alle industrie metallurgiche.
Forse aveva ragione il vecchio Veliz, perch quella cavit che sorvoliamo a bassa quota ha
partorito il rame che ha elettrificato gran parte del pianeta, dando speranza agli oltre trentamila
minatori, tecnici e dipendenti vari che ci lavoravano. Ma dalla sua inaugurazione nel 1915 fino alla
nazionalizzazione del rame nel 1971, sotto il governo di Allende, la ricchezza che ne  uscita sotto
forma di lingotti ha favorito solo gli azionisti della Braden Copper Company, un'azienda statunitense
che ha poi generosamente finanziato il golpe militare dell'11 settembre 1973, la fine della democrazia
cilena.
Sorvolare Chuquicamata vuol dire passare sulla pelle vizza di un fantasma. Il 31 agosto 2007 
stato effettuato l'ultimo brillamento simbolico, due tonnellate di esplosivo hanno sollevato per l'ultima
volta una grande nuvola di pietrisco e polvere, mentre i minatori si mordevano le labbra e dicevano
addio alla grande miniera.
Ti ricordi le pulperias? mi domanda Coco mentre cominciamo a scendere verso l'aeroporto
di Calama.
Erano spacci enormi e si chiamavano La Verbena, Don Alcides, La Reina. In quei negozi si
vendevano le cose pi impensabili. E c'erano anche un grande teatro e un ospedale, il Roy H. Glover,
dove nacquero migliaia di minatori.
 rimasto qualcosa dei tempi gloriosi del rame? gli domando.
Il buco. E il silenzio del deserto mi risponde Coco, mentre le ruote del Cessna toccano terra
sulla pista di Calama.
Due
La prima cosa che uno scopre quando arriva a Calama  che si trova a 2250 metri sul livello del
mare e a 1570 chilometri da Santiago, e che verso est si pu visitare il parco nazionale Eduardo
Averoa, ricco di fauna andina. Ma non mi piace Calama, e con questo non voglio dire che fra i suoi
quasi centotrentamila abitanti non ci siano brave persone, come ce ne sono ovunque, e che queste
persone perbene non siano probabilmente la maggioranza. A me per manca all'appello qualcuno, anzi
mi mancano ventisei persone, con nomi, vite, sogni, idee, e fra loro me ne manca una in particolare.  a
questo che penso mentre Coco mette a punto gli ultimi dettagli con il concessionario che ci noleggia un
fuoristrada.
Soffia un vento freddo che rende pi limpido e trasparente il cielo. Mentre aspetto mi accendo
una sigaretta e dei giovani si avvicinano e mi chiedono da fumare. Sono due ragazzi e una ragazza,
domando l'et e nessuno ha ancora compiuto vent'anni. Condividiamo il piacere del fumo e siccome 
il 19 ottobre voglio sapere se questa data dice loro qualcosa. Si guardano a vicenda e rispondono di no,
non gli dice niente, ma la ragazza vuole sapere perch l'ho chiesto.
Il 19 ottobre 1973 il mio amico Carlos Berger Guralnik aveva trent'anni. Oltre che il direttore di
radio El Loa, era l'addetto alle pubbliche relazioni della miniera di Chuquicamata. Carlos Berger
amava il deserto, svolgeva il suo mestiere con la passione del giornalista di razza e militava nel Partito
comunista. Ogni volta che ci vedevamo bisognava assolutamente fare escursioni notturne nel deserto e,
sdraiati ben coperti sul terreno roccioso, guardavamo le stelle passandoci una bottiglia di pisco.
 impossibile che siamo soli nell'universo. Sarebbe la solitudine pi ingiusta mormorava
Carlos osservando le galassie e qualche satellite che attraversava lentamente il firmamento.
Non ha mai potuto verificare se quella solitudine fosse vera, perch il 19 ottobre 1973, insieme
ad altri venticinque lavoratori della miniera di Chuquicamata e dell'azienda di esplosivi Du Pont, fu
assassinato in qualche angolo sconosciuto del deserto, tra Calama e Antofagasta.
Dal giorno in cui furono arrestati dai militari golpisti, quei ventisei che oggi mi mancano
all'appello vennero torturati in comandi di polizia, in caserme militari e nel carcere di Calama. Carlos
Berger, dopo la farsa di un processo sommario, fu condannato a sessanta giorni di prigione dei quali, al
momento del suo assassinio, ne aveva scontati venti, un terzo.
A Santiago, Pinochet, il tiranno, voleva dimostrare che la sua guerra contro i democratici cileni
era una guerra di sterminio e aveva dato ordine a un altro criminale in uniforme di guidare una
carovana della morte e assassinare gente in lungo e in largo su tutto il territorio. La scusa ufficiale fu
che i ventisei prigionieri, approfittando di un guasto al veicolo che li trasportava da Calama ad
Antofagasta, avevano cercato di fuggire, restando tutti uccisi. Non vennero mai date informazioni sul
luogo in cui si era verificato l'incidente, n su che fine avessero fatto i corpi.
Ma Atacama, il deserto, a volte parla, e nel maggio 2003 quel terreno minerale restitu due
cadaveri: il dirigente sindacale Domingo Mamani Lpez e il mio amico Carlos Berger. Tutti e due
avevano le mani legate dietro la schiena, con del filo spinato, costole rotte dalle percosse e pi di trenta
pallottole in corpo.
I tre ragazzi si guardano le scarpe mentre finisco di raccontare che cosa  successo un 19
ottobre, un giorno uguale a oggi, altrettanto limpido, con un cielo infinitamente azzurro.
Prima di rispondere alla chiamata di Coco che mi fa cenno dal fuoristrada, voglio sapere se
hanno l'abitudine di guardare le stelle e loro mi rispondono di s, che ci vanno in gruppo, ben coperti, a
passare la notte nella vasta solitudine della pampa.
E voi pensate che siamo soli nell'universo? domando.
No, sarebbe ingiusto risponde la ragazza.
Molto ingiusto aggiunge uno dei ragazzi.
Tre
Lasciamo Calama verso mezzogiorno diretti a Tocopilla, la temperatura primaverile, venti
piacevoli gradi, ci consente di godere dell'aria secca di montagna, ma Coco insiste per chiudere i vetri
dei finestrini spiegando che a lui piace il freddo di su, del cielo, e che l'aria di terra finisce sempre per
fargli prendere il raffreddore.
Imbocchiamo la Ruta 24, circa 160 chilometri ci separano dalla nostra meta che, per me,  una
sorpresa. Fin dall'inizio del viaggio Coco ha insistito per andare a Tocopilla, perch voleva mostrarmi
qualcosa che, pur senza arrivare a piacermi, mi avrebbe tolto il fiato.
Ma prima passiamo da Mara Elena a mangiare ha detto il mio amico e ci siamo lanciati in
direzione della Ruta 5, la Carretera Panamericana che incrocia la Ruta 24 pi o meno a met strada.
Il deserto di Atacama  uno dei posti pi policromi al mondo. I riflessi della luce solare, a
seconda dell'altezza dei raggi, strappano a quel terreno minerale toni fugaci che vanno dal nero intenso
al bianco niveo, passando attraverso tutte le sfumature del rosso. Il paesaggio non  mai uguale: uno
pu fare marcia indietro per passare di nuovo, dopo pochi minuti, dallo stesso posto e lo vedr diverso.
All'incrocio con la Ruta 5 deviamo verso sud e dopo mezz'ora spunta un cartello:
BENVENUTI A MARA ELENA, L'ULTIMA RAFFINERIA DI SALNITRO. Appena entriamo in
quel paese di circa diecimila anime ancora dedite alla lavorazione di un fertilizzante pubblicizzato in
tutto il mondo come nitro del Cile, si ha l'impressione che sia stato devastato da un tornado. Ma
quello che  successo nel novembre 2007, un terremoto di grado 7,7 della scala Richter,  stato ancora
peggio di un tornado e ha distrutto pi di met del paese.
Secondo Coco, tutti gli abitanti di Mara Elena, persino i gatti, sanno che il posto un tempo si
chiamava Coya Norte e che il nuovo toponimo, risalente al 1924,  legato a un gesto romantico del suo
primo amministratore, un inglese che decise di rendere omaggio alla moglie, Mary Ellen Comdon,
dando il suo nome a un luogo dove l'unica cosa che si vedeva erano tonnellate di polvere in eterna
sospensione, un luogo che ammazzava i minatori di silicosi e calicosi dopo solo pochi anni di lavoro.
Fin dagli inizi della lavorazione del salnitro  ricchezza che  costata una guerra fra Per,
Bolivia e Cile, la cosiddetta guerra del Pacifico, con i tre paesi belligeranti che mettevano i morti e i
banchieri inglesi e tedeschi che si godevano i vantaggi  il fertilizzante si estraeva frantumando pezzi di
montagna a colpi di mazza, a mano, e sotto il sole pi spietato. Quella forma di estrazione era nota
come sistema Shanks, in omaggio a un inglese che non aveva mai preso un attrezzo in mano, e dur
finch nel 1924 un'altra ditta britannica, la Guggenheim Brothers, brevett una macchina che macinava
la pietra sollevando nuvole di polvere ventiquattr'ore al giorno. Anni fa il grande poeta di Antofagasta
Andrs Sabella mi raccont di aver assistito a un battesimo, a Mara Elena, e che il bambino e tutti gli
altri piccoli che dovevano essere battezzati venivano tenuti a pancia in gi sulla pila battesimale. Il
poeta aveva domandato a genitori e padrini se quella fosse un'abitudine locale e loro gli avevano
risposto che era per evitare che i neonati soffocassero per via della polvere che fluttuava nell'aria.
Mara Elena, come tutti i paesi del deserto di Atacama, ha un'aria vagamente provvisoria; gli
edifici, per lo pi in legno, sembrano dire che un giorno gli abitanti se ne andranno ma loro resteranno
l a testimoniare esistenze che hanno fatto tutto il possibile per essere piene e dignitose.
Mentre mangiavo un meraviglioso capretto alla griglia, ho chiesto al padrone del ristorante se
era del posto e lui mi ha detto che era nato ingoiando polvere, forse per prepararsi a quella faccenda di
polvere ritornerai.
Ho voluto sapere se il locale del ristorante era suo e lui mi ha dato una risposta che non poteva
essere pi contemporanea: No,  del liberalismo globalizzato. Mi spiego: nel 1965 questo e altri
impianti di estrazione del salnitro furono nazionalizzati, entrando a far parte del patrimonio dello Stato
cileno, e noi diventammo padroni delle case in cui abitavamo, ma nel 1980 Pinochet decise di
liberalizzare, cio di privatizzare la Sociedad Qumica y Minera del Cile, e adesso tutto, il salnitro, le
case, le strade, le scuole, i bordelli e le chiese sono passate ai nuovi padroni. Per cui io sono quel che si
dice un affittuario felice.
Quattro
Il sole cominciava a tuffarsi nel Pacifico quando abbiamo avvistato Tocopilla coperta da uno
sfavillante velo arancione. Ho assistito a tramonti in tanti posti al mondo e anche se detesto far
confronti, perch sembra sottintendere che il mio  meglio, mi azzardo a dire che un tramonto sul
Pacifico cileno, visto da qualsiasi punto del deserto di Atacama,  una cosa commovente,
incomparabile. Penso di conoscere bene il Cile, ma mi mancava quel porto equidistante dai due grandi
porti del deserto di Atacama: Iquique a nord e Antofagasta a sud.
Le strade di Tocopilla, castigate dal terremoto del 2007, lasciano trasparire la presenza croata,
uno dei pi importanti flussi migratori giunti in Cile nell'Ottocento e nel Novecento. Noto edifici
uguali a quelli che ho visto a Zagabria o a Karlovac, ma in scala, come se si trattasse di riproduzioni in
miniatura.
Dato che manca ancora un po' prima che il sole tramonti del tutto, ci accomodiamo al tavolo di
un bar vicino al porto con la segreta speranza di scorgere per una volta all'orizzonte il raggio verde
portafortuna. Mentre siamo l seduti a goderci una birra, il mio amico vuole sapere cosa penso di
Tocopilla.
Una citt del Nord come tante altre. Non vorrei deluderti ma non mi sembra particolarmente
invitante.
Sai che cosa significa Tocopilla? Angolo del Diavolo. E l'aspetto davvero interessante non si
vede cos a colpo d'occhio spiega Coco prima di chiedere al cameriere di portarci altre due birre.
Nel 1843, Tocopilla si trovava in territorio boliviano ed era semplicemente un piccolo porto con
pescaggio sufficiente per accogliere le navi da carico che portavano salnitro in Europa, ma un giorno
un francese, Dominique Latrille Lostaunau, console nella citt boliviana di Cobija, visit il luogo e
rimase stupito dagli scogli e dagli isolotti vicino alla costa. Si meravigli soprattutto nel vedere quegli
scogli e isolotti completamenti ricoperti da una spessa cappa bianca, che le centinaia di migliaia di
uccelli marini alimentavano giorno dopo giorno. Latrille Lostaunau conosceva le propriet fertilizzanti
del guano e davanti ai suoi occhi c'erano tonnellate e tonnellate di guano senza padrone.
In quello stesso periodo, negli Stati Uniti, molti personaggi illustri passavano dal traffico di
schiavi africani a quello di cinesi. Non sapremo mai quanti coolies abbiano perso la vita nella
costruzione della grande ferrovia che avrebbe unito l'Est all'Ovest della giovane nazione americana, e
non sapremo mai neppure quanti capitani trafficanti di schiavi siano passati da Capo Horn con il loro
carico umano, coolies che venivano sbarcati a Tocopilla e divisi in due gruppi: quelli deboli venivano
immediatamente ammazzati, e quelli robusti venivano gettati sugli isolotti e sugli scogli. L gli schiavi
si nutrivano degli uccelli marini che riuscivano a cacciare, dei pesci che in qualche modo strappavano
all'oceano, e in cambio dei barili di guano ricevevano acqua dolce.
La storia ufficiale cilena parla dell'arrivo di immigrati cinesi, a met Ottocento, che perirono
perch non tolleravano la durezza del clima  cileno o boliviano o peruviano , tacendo il fatto che il
traffico degli schiavi cinesi comunque continu in tutti e tre i paesi durante l'epoca d'oro del guano.
E la storia ufficiale non dice neanche che molti degli isolotti su cui lavoravano centinaia di
schiavi cinesi rimanevano privi di presenza umana in seguito a tempeste con onde alte pi di dieci
metri. La sopravvivenza media di uno schiavo cinese in una guaniera era di due mesi.
Il commercio ha delle leggi fisse: con l'incremento della domanda di schiavi cinesi, il loro
prezzo aumentava. Questo creava un problema, comunque temporaneo, perch nella storia dell'umanit
non  mai mancato un trafficante di schiavi in grado di fare prezzi migliori. Cos, nel 1862, nelle
guaniere di Tocopilla arriv a offrire i suoi servigi un bandolero del mare, un catalano senza scrupoli
che si chiamava Joan Maristany i Galcern.
Joan Maristany i Galcern salp con una flotta di tre navi verso ovest, verso l'allora sconosciuta
Rapa Nui o Isola di Pasqua. I quattromila abitanti di quell'angolo sperduto della Polinesia lo
chiamarono Marutani, Il Male che viene da dove sorge il sole. La grande cattura di pasquensi
comport il sequestro e la riduzione in schiavit di tutta la famiglia reale; pi di 1400 uomini, donne e
bambini furono consegnati ai padroni delle guaniere, la met dei quali proprio a Tocopilla. Dopo due
mesi rimanevano appena quindici superstiti, deboli e malati, e tutta la famiglia reale era morta.
Nel 1863, in Per, fu abolita la schiavit e lo schiavista catalano ricevette l'ordine di riportare
nei luoghi d'origine tutti i pasquensi venduti alle guaniere. Dei quindici sopravvissuti, quattro morirono
durante il viaggio e gli altri undici portarono il vaiolo tra gli abitanti rimasti sull'isola; in seguito al
contagio la popolazione cal bruscamente sotto le mille unit e oggi, nel Ventunesimo secolo, le
trentasette famiglie di Rapa Nui discendono da quegli undici schiavi rimpatriati.
Era questa la sorpresa che mi aspettava a Tocopilla?
Per tutta risposta il mio amico alza la bottiglia di birra e guardiamo gli ultimi raggi di sole che
illuminano le rocce e gli isolotti coperti di merda.
Cinque
Saluto Coco ad Antofagasta, lui deve tornare a Calama, montare sul suo uccellaccio, come
chiama l'aereo, e riprendere i servizi di trasporto nei villaggi del deserto di Atacama. Salgo su un
autobus molto confortevole, moderno, con pochi passeggeri, mi metto comodo e mi chiedo perch
diavolo sto andando in un posto maledetto, dove mi ero ripromesso di non mettere mai piede: Pisagua.
Ho la strana dote di riuscire a dormire su treni, aerei e autobus. Appena mi siedo mi lascio
invadere dalla sonnolenza e di solito faccio sogni abbastanza piacevoli: la mia famiglia, amici, libri che
ho letto o film che ho visto. So che sono circa otto ore di viaggio sulla Ruta 5, su quella Carretera
Panamericana quasi priva di curve che si allunga come una riga nera fra il deserto e la costa.
Apro appena gli occhi quando una donna informa il figlio che stiamo attraversando la Pampa
del Tamarugal, e vedo quelle piante spinose, piegate come per implorare clemenza al sole. Nel
dormiveglia ricordo di aver attraversato tante regioni del deserto, passi di frontiera pieni di storie belle
e leggende di cui ho preferito non scrivere, ma che ho raccontato agli amici davanti a un buon bicchiere
di vino. Anni fa ho percorso come un pellegrino la strada da San Antonio de los Cobres, in Argentina,
all'oasi di San Pedro de Atacama, in Cile, scendendo dalle alture andine fino alle saline che sembrano
un territorio lunare. Non so se mi piace il deserto in quanto tale, io sono un uomo del Sud, il mio
paesaggio vitale sono i boschi infiniti, i fiordi, i laghi, i vulcani e le isole patagoniche, ma nel deserto
ho incontrato persone eccezionali che non si lamentano della durezza della vita e sono capaci di
dividere il poco che hanno come fosse un dovere elementare.
Mi conforta sapere che al terminal degli autobus di Iquique mi aspetta Lea, amica di vecchia
data che mi ospiter per la notte. E cos, ancora insonnolito, ascolto il sospiro di sollievo esalato dal
motore del pullman che si ferma nel terminal.
Non mi piace Iquique, non mi piace come citt e soprattutto non mi piace il patriottismo che vi
si respira. Di solito i pi accesi patrioti sono i mediocri, i poveri diavoli, le persone prive di
immaginazione e in questa citt l'aria  appestata dalla presenza massiccia di militari.
Nel 1995, quando la dittatura era finita da cinque anni, invitai la mia amica Lea e il marito
Armando, entrambi medici, a mangiare in un ristorante sul mare. Ci diedero un buon tavolo, il cibo era
eccellente e tutto and bene finch all'improvviso non si avvicin il capocameriere per dirmi che
qualcuno ci offriva quello che volevamo purch fossimo disposti a cambiare tavolo. Risposi di no, che
stavamo benissimo l dove eravamo, ma dopo pochi minuti arriv un giovane ufficiale dell'esercito a
dirci che il Signor Colonnello, se gli lasciavamo il posto, ci offriva una bottiglia di champagne. Gli
risposi che poteva dire al Signor Colonnello di infilarsi la bottiglia nel culo, con o senza tappo, ma
finimmo per andarcene perch ci avevano guastato la festa. Confido nel fatto che oggi l'aria sia un po'
pi respirabile.
Scendo dall'autobus, prendo lo zaino e trovo Lea, come sempre sorridente, che mi aspetta a
braccia aperte.
Dall'appartamento di Lea ed Ernesto, in lontananza, si vede il mare, ceniamo in terrazza e i
miei due amici vogliono sapere il motivo del mio viaggio a Pisagua. Rispondo che non ce l'ho ben
chiaro e che forse a met strada me ne pentir.
Be', sono pi o meno duecento chilometri all'andata e altrettanti al ritorno. Hai tutto il tempo
di pentirtene mi risponde Ernesto.
Ma non me ne pento, e il giorno dopo il furgoncino con Lea al volante ci porta fino alle soglie
di Pisagua.
Come tutti i porti del deserto, Pisagua  nata per l'industria mineraria e il trasporto del salnitro.
Vi si trovano ancora vecchie case di pino dell'Oregon che gli danno un'aria da villaggio dei pionieri,
ma non mancano le allusioni alla guerra del Pacifico. Fino al 1879 Pisagua si trovava in territorio
peruviano, oggi per su un promontorio si erge la torre dell'orologio che commemora l'annessione al
Cile e segna l'ora per i duecentosessanta abitanti che ancora non si sono decisi a prendere il largo,
lasciando che il villaggio diventi uno dei tanti paesi fantasma del deserto. Visitiamo da fuori, visto che
nessuno sa chi ha le chiavi, il bel teatro italiano, inevitabilmente di legno, le case di calle Arturo Prat,
l'eroe nazionale cileno della guerra del Pacifico, e mentre camminiamo dico a Lea che se Arturo Prat e
Miguel Grau, entrambi discendenti di catalani, si fossero attenuti alle loro origini e non avessero preso
tanto sul serio la faccenda di essere uno cileno e l'altro peruviano, si sarebbero senza dubbio seduti a
negoziare fino a trovare un accordo e della battaglia navale di Iquique non si ricorderebbe pi nessuno.
Allora andiamo finalmente dove vuoi andare in realt? propone Lea.
Accanto alla vecchia stazione ferroviaria, un altro ricordo dell'epoca del salnitro, si innalza una
palma solitaria, agonizzante e coperta di polvere. Quella palma l'hanno vista anche gli oltre ottocento
prigionieri che sono passati da uno dei campi di concentramento pi brutali creati dalla dittatura. In
quel luogo i prigionieri venivano sottoposti a maltrattamenti di ogni genere: torture, violenze sessuali e
omicidi commessi dai militari della Sesta divisione dell'esercito cileno. La vita quotidiana dei
prigionieri consisteva nell'essere sepolti in pieno sole con fuori soltanto la testa, su cui regolarmente
pisciavano i soldati; le scosse elettriche erano il castigo per la mancanza pi lieve, mentre cadere per la
fatica quando correvano carichi di sacchi di pietre era considerata una mancanza grave che veniva
punita con la morte.
E qui, in questo luogo maledetto nei secoli dei secoli, per ordine del generale Carlos Forestier,
fu assassinato, insieme ad altri diciassette prigionieri, il mio amico, mio fratello Freddy Taberna.
Una volta ho raccontato in un libro che il mio amico, mio fratello Freddy Taberna, si stupiva di
tutte le piccole cose della vita e annotava ogni dettaglio che lo affascinava in un quadernetto che era il
suo inventario delle meraviglie del mondo. Un giorno di marzo Freddy Taberna mi port nel cuore del
deserto per veder fiorire le minuscole rose di Atacama, che durano appena qualche ora prima di essere
bruciate dal sole. E ho anche raccontato, e non mi stanco di raccontarlo, e lo racconter finch vivo,
che Freddy Taberna, con il corpo massacrato di botte, pieno di fratture, il volto ridotto a una poltiglia di
carne e sangue, tenne testa ai suoi assassini e quando stavano per fucilarlo rifiut l'infame benda sugli
occhi e accolse le quattordici pallottole che lo uccisero cantando la Marsigliese socialista.
Ce ne andiamo? mi dice Lea, e io la seguo.
Lasciamo Pisagua dalla Ruta 40, prendiamo la Ruta 5 per tornare a Iquique, e solo adesso riesco
a dire qualcosa alla mia amica.
Quando arriveremo a Iquique passiamo a comprare una bottiglia di vino, di quello buono, il
migliore che c'.
Certo, e brindiamo a Freddy mi risponde lei asciugandosi una lacrima.
E cos facciamo.
Sei
Antofagasta  la citt pi bella del deserto di Atacama e, come tutti gli insediamenti umani del
Cile settentrionale, ha una storia legata alle miniere, ma a partire dal 1998 a questa sua attivit
economica si  aggiunto l'osservatorio astronomico ESO (European Southern Observatory).
Di tutti i grandi centri di osservazione dell'universo disseminati nel deserto, l'ESO  quello di
pi facile accesso e al sabato  addirittura aperto al pubblico. Per arrivare al monte Paranal bisogna
scendere di circa 130 chilometri verso sud, sulla Ruta 5, e da l bisogna prendere la strada
dell'osservatorio che si allontana di dodici chilometri dall'oceano Pacifico e sale fino a 2635 metri
d'altezza, dove si trovano i quattro giganteschi telescopi. Il Paranal  una delle zone pi limpide del
pianeta e la serenit del cielo  assicurata da una media di 360 giorni senza nuvole all'anno.
All'andata non si vede altro che pietre, di tutte le dimensioni, che il giorno dopo saranno
diverse, perch  da quando  nato il continente americano che quelle pietre si spaccano fino a
diventare una sabbia sottile, e quindi continueranno a rompersi, producendo l'unico rumore che
attraversa la notte. Ma anche se pu sembrare contraddittorio, la notte  possibile ascoltare il silenzio
del deserto.
I quattro telescopi giganti spuntano dal nulla come un'immagine avveniristica, circondati da
pannelli solari neri che producono l'energia per farli funzionare. Le quattro grandi lenti hanno nomi
mapuche: Ant (Sole), Kueyn (Luna), Melipal (Croce del Sud) e Yepn (Venere). L'atteggiamento
dei tecnici e degli scienziati cileni ed europei che partecipano al progetto  estremamente cordiale, assai
diverso da quello che ho conosciuto in altri osservatori immersi in una segretezza militaresca.
Dopo che mi sono sistemato nel rifugio, un'enorme biosfera sotto la cui cupola in fibra di vetro
cresce un bel giardino tropicale, gli scienziati mi hanno mostrato le strutture, i portenti tecnologici e, la
sera, mi hanno invitato a conoscere la loro amata lontana. Ho potuto scorgere in modo perfettamente
nitido Eta Carinae, avvistata per la prima volta a questa latitudine grazie al telescopio Ant. Mentre
osservo una massa incandescente, mi spiegano che si tratta di una stella molto giovane: ha appena due
o tre milioni di anni e la sua luminosit  quattro milioni di volte maggiore di quella del sole. Quella
giovane stella ha, a quanto pare, un pessimo carattere, reso manifesto da continue esplosioni che fanno
di lei il corpo pi splendente dell'universo.
 molto civetta, un'esibizionista commenta un astronomo tedesco, per poi aggiungere che
sar proprio quell'ansia di brillare a determinarne la fine.
Eta Carinae morir presto, forse fra cinquecentomila anni, con un'esplosione da supernova, ma
il fantasma della sua luce ci accompagner per molti secoli.
Sette
Coco Veliz mi chiama al telefono mentre sto cenando al ristorante, con la sua solita laconicit
mi dice che  ad Antofagasta anche lui e che il giorno dopo l'uccellaccio deve volare a Copiap per
consegnare dei pacchi.
Vieni? mi domanda, e io gli rispondo di unirsi a me per la cena
Il giorno dopo decolliamo di buon'ora, prima seguiamo la linea della costa, sorvolando una
colonia di leoni marini che salutano l'aereo spalancando le fauci, poi Coco mi avverte di quello che ci
aspetta a Copiap.
Il 5 agosto 2010 c' stata una frana nella miniera San Jos, una miniera di rame e oro molto
precaria, dove gli incidenti sul lavoro sono sempre stati frequenti e sicurezza  una parola senza senso.
Trentatr minatori sono rimasti prigionieri a pi di seicento metri di profondit e hanno resistito fino al
13 ottobre, in un rifugio organizzato da loro stessi che ha dimostrato la tempra e il coraggio degli
uomini del deserto.
Quando si  verificata la frana, le autorit e i proprietari della miniera li hanno dati per morti  
molto difficile sopravvivere sotto migliaia di tonnellate di roccia , ma i loro compagni hanno spiegato
che si trattava di vecchie volpi e che potevano esserci dei superstiti. E avevano ragione, perch
diciotto giorni dopo la frana, il 22 agosto, attraverso una sonda i minatori hanno inviato un biglietto che
diceva: Stiamo bene qua nel rifugio, tutti e trentatr.
E ne sono usciti vivi, fra la gioia dei compagni e dei famigliari, ma anche in mezzo all'odioso
show mediatico montato dal governo cileno.
Ed  stato allora che per quei trentatr minatori  iniziato un incubo: sono arrivati dei regali, un
iPhone di ultima generazione per ognuno di loro, inviti a una partita del Real Madrid in Spagna, un
ricevimento al palazzo della Moneda a Santiago. Nessuno, per, ha chiesto alla societ mineraria di
ricompensarli, non con altri omaggi, ma semplicemente pagando i salari per i giorni in cui erano rimasti
sepolti. La miniera San Jos ha temporaneamente chiuso i battenti e i trentatr sopravvissuti, insieme
agli altri centottanta minatori che lavoravano con loro nell'impianto, sono rimasti senza lavoro e non
hanno riscosso un centesimo dei loro salari. E come se non bastasse, a Copiap sono cominciate ad
arrivare persone di ogni tipo che volevano vedere, conoscere, fare qualcosa con quei trentatr minatori.
Decine di registi cinematografici e di documentaristi, scrittori intenzionati a scrivere il romanzo del
salvataggio, giornalisti che volevano sapere com'era la vita sessuale sotto tonnellate di roccia. Un
concetto nauseabondo di informazione ha stabilito che quei trentatr erano personaggi mediatici
che bisognava sfruttare, spremere senza alcun riguardo.
Perci, se vuoi parlare con uno di quei trentatr, di sicuro verrai insultato, e guarda che i
minatori sanno insultare come Dio comanda mi avverte Coco mentre l'imponente vulcano Ojos del
Salado ci dice che siamo vicinissimi all'aeroporto Deserto di Atacama, a una cinquantina di
chilometri da Copiap.
Non ho chiesto di nessun minatore, ma sono andato alla miniera San Jos, accanto alla quale
sventolavano ancora i resti di bandiere ridotte a brandelli dal vento. C' una targa commemorativa del
salvataggio gi abbastanza sbiadita e la miniera si presenta come si presentavano le miniere
dell'Ottocento, assolutamente precaria, perch le vite dei minatori non sono mai state una grande
preoccupazione per i proprietari.
Copiap  una citt piccola e gradevole, i suoi abitanti sono di una grandissima cordialit,
sempre che non si chieda dei trentatr minatori. Parlano invece con orgoglio della loro produzione di
uva, perch verso la Cordigliera delle Ande si aprono valli fertili, e offrono con gioia il loro vino
eccezionale, robusto, vigoroso, vino da minatori, che nasce come lacrime nere dal deserto di Atacama.
20
La Spagna o il paese dell'eufemismo
Uno dei celebri aforismi di Georg Christoph Lichtenberg dice che le bugie pi pericolose sono
le verit leggermente deformate. Mariano Rajoy, premier del governo spagnolo, conta fra le sue scarse
virt quella di essere il pi grande deformatore della verit.
Rajoy  l'archetipo del politico di destra scaturito dalla Spagna profonda. La sua unica attivit
professionale nota, prima che si dedicasse a tempo pieno alla politica sotto la stretta tutela di Manuel
Fraga, ex ministro di Franco,  quella di funzionario del catasto in un oscuro ufficio di Santa Pola, una
cittadina sul Mediterraneo. A quanto pare, da questa attivit di signore in mezze maniche nasce la
sua mentalit da burocrate servile e la sua manifesta ignoranza su tutte le questioni che, si suppone, un
capo di Stato dovrebbe conoscere.
Rajoy ha cominciato a essere popolare nella politica nazionale spagnola quando l'ex presidente
Jos Mara Aznar ha premiato la sua fedelt nominandolo prima ministro della Pubblica
Amministrazione e poi ministro dell'Istruzione e della Cultura al posto dell'attuale presidente della
Comunit Autonoma di Madrid, Esperanza Aguirre, fanatica sostenitrice dell'ultraliberismo
economico, famosa per le sue pubbliche dimostrazioni di ignoranza. Tutti ricordano ancora quando,
alla domanda se avesse letto qualcosa della letteratura portoghese, confess di essere un'ammiratrice di
una grande poetessa: Sara Mago.
Dopo aver sostituito come ministro dell'Interno Jaime Mayor Oreja, acceso esponente
dell'estrema destra, Rajoy  entrato a tutti gli effetti nella lista dei fedelissimi di Aznar.
Fino al 2002 Rajoy era semplicemente un devoto seguace di Aznar, un funzionario grigio e
senza carisma, ma nel dicembre di quell'anno una petroliera, la Prestige, si  incagliata in Galizia
davanti alla Costa da Morte e 77.000 tonnellate di petrolio si sono riversate in mare provocando la pi
grande catastrofe ecologica mai avvenuta in Spagna. Mentre la costa atlantica e il mar Cantabrico, fino
alla Francia, si riempivano di residui oleosi, Rajoy debuttava nell'arte di deformare la verit. Secondo
lui, dalle stive della nave incagliata uscivano fili di plastilina facilmente controllabili, che non
rappresentavano alcun pericolo per l'ambiente. Ha cos iniziato a farsi un curriculum da commediante
fino a ottenere che il dito onnipotente di Aznar lo indicasse come suo successore, il prescelto per
vincere le elezioni generali del 2004.
Ma proprio allora c' stato il terribile attentato terroristico dell'11 marzo e, obbedendo agli
ordini di Aznar, il megalomane che aveva trascinato la Spagna nella guerra in Iraq, e cio Mariano
Rajoy, insieme al ministro dell'Interno ngel Acebes, ha cercato di rifilare agli spagnoli la pi infame
delle menzogne: gli autori dell'attentato che era costato centonovantuno morti e pi di millesettecento
feriti non erano terroristi islamici ma militanti dell'ETA. Davanti a una menzogna del genere la societ
spagnola ha reagito e Rajoy ha perso le elezioni. Eppure, violando una regola non scritta secondo la
quale chi perde le elezioni non pu restare a capo di un partito, Rajoy ha guidato l'opposizione al
governo di Jos Luis Rodrguez Zapatero.  iniziato un periodo in cui la destra si distingueva per il suo
desiderio di vendetta e si adoperava per insabbiare tutte le indagini sulla corruzione dell'aznarismo.
Nel 2008, Rajoy ha perso per la seconda volta le elezioni. Cominciavano a sentirsi i primi effetti
del fallimento di banche come Lehman Brothers. L'economia basata sulla pura speculazione vacillava,
Zapatero e la sua squadra erano talmente inetti da non vedere la gravit della crisi e Rajoy  diventato il
leader di un'opposizione che attribuiva tutta la responsabilit del disastro al governo, negando la natura
globale del sisma che scuoteva il sistema finanziario mondiale fin dalle fondamenta. In nessun paese
europeo si  mai vista un'opposizione cos irresponsabile e bugiarda. Con il motto ripetuto centinaia di
volte dall'attuale ministro delle Finanze Cristbal Montoro: Lasciamo che la Spagna cada, la faremo
rialzare noi, Rajoy ha dimostrato di essere un commediante dotato di una certa capacit istrionica in
grado di indebolire gli sforzi del governo Zapatero per affrontare la crisi, sforzi del resto sbagliati,
incerti e tardivi.
Il governo Zapatero ha abbandonato qualsiasi parvenza di politica socialdemocratica e ha fatto
il lavoro sporco della destra: i primi tagli, riduzioni di salario, trasfusioni di denaro pubblico alle
banche private. E cos, persa la fiducia dei suoi elettori, il PSOE ha portato la destra di Rajoy a vincere
le elezioni del 2011 con una schiacciante maggioranza assoluta.
Ed  a partire da questo trionfo che la Spagna diventa il paese incerto dell'eufemismo. Due
settimane dopo aver accettato l'incarico di premier, Rajoy ha tradito tutte le promesse fatte durante la
campagna elettorale. I tagli ai sussidi sociali cominciano a chiamarsi adeguamenti; i tagli
all'istruzione e alla sanit sono presentati come misure per guadagnare la fiducia dei mercati; una
riforma del lavoro (la seconda in meno di due anni) che facilita i licenziamenti e aumenta la precariet
 e questo con cinque milioni di disoccupati  viene definita aggiustamento strutturale per la
creazione di posti di lavoro; un salvataggio europeo delle banche private che costa cento miliardi di
euro al bilancio dello Stato diventa un'iniezione di liquidit ottenuta a condizioni molto convenienti;
i nuovi tagli di stipendio ai dipendenti pubblici a cui si toglie la tredicesima vengono descritti come
adeguamenti per il conseguimento degli obiettivi di deficit; l'eliminazione del diritto all'assistenza
sanitaria per gli immigrati e per le persone con famigliari disabili a carico si trasforma nel linguaggio di
Rajoy in misure per il risanamento della previdenza sociale, e a questo incubo fatto di continui
provvedimenti che portano migliaia di famiglie sotto la soglia di povert si aggiungono l'innalzamento
dell'IVA, mai degli stipendi, la riduzione delle pensioni e l'ultimissima chicca: la diminuzione del
sussidio di disoccupazione, concesso per un periodo massimo di due anni, che viene tagliato del 50%
come misura per stimolare la ricerca attiva di un impiego.
La Spagna  un paese che si avvia a passi da gigante verso il disastro sociale, la rovina, la
perdita di tutti i diritti, verso un ritorno ai tempi bui del franchismo.
Nemmeno dittatori ottusi come Nicolae Ceau?escu avrebbero osato fare dell'eufemismo, della
menzogna spietata, il loro unico strumento per mettere in pratica un'idea criminale della politica, al
servizio degli speculatori, di quel miserabile 1% dell'umanit che si  appropriato del 99% della
ricchezza del pianeta, e che viene eufemisticamente chiamato Mercato.
21
Come perdersi il 1 maggio
Ci sono giornate che cominciano male e ieri  stata una di quelle. Eravamo a Istanbul, il nostro
albergo si trovava proprio in piazza Taksim, davanti al palco montato per celebrare la festa del lavoro,
che in Turchia  una manifestazione di massa a cui partecipano pi di un milione di persone.
La zona era stata transennata dalla polizia, ma i miei editori avevano chiesto un'autorizzazione
perch un'auto potesse passare a prenderci alle quattro e mezzo di mattina. Cos l'altro ieri, 30 aprile,
dopo una cena favolosa e molto allegra in compagnia di amici e amiche turchi, abbiamo chiesto
all'addetto alla reception di svegliarci alle tre e mezzo e poi siamo andati a letto per dormire qualche
ora. L'addetto alla reception ha preso nota e noi, tranquilli, siamo saliti in camera.
Dormivo come un sasso quando la mia compagna mi ha dato un'affettuosa gomitata nelle
costole: sono le quattro e mezzo, cazzo! Siamo saltati gi dal letto, con movimenti da zombie ci siamo
vestiti, abbiamo preso le valigie e siamo scesi. Alla reception, mentre recitavo a mo' di preghiera
mattutina il rosario di insulti che conosco in tedesco, inglese e francese, pi svariati altri in cileno per
riprendere fiato, abbiamo scoperto che quel diligentissimo addetto aveva scritto male il numero della
nostra stanza. E poi ha aggiunto: C' un signore dell'Anatolia molto arrabbiato con me perch ho
svegliato lui alle tre e mezzo. Povero signore dell'Anatolia, forse senza volere siamo responsabili di
un coitus interruptus.
Come nel racconto di Augusto Monterroso: Il taxi era ancora l, quindi ci siamo lanciati a
tutta velocit per le strade di un'Istanbul piena di gente come se fosse giorno fatto, per raggiungere
l'aeroporto.
Siamo arrivati alle 5.15 e siamo corsi a cercare il check-in di Iberia. L'aroma di caff che si
sentiva nell'aria era un invito a prendere la vita con calma, ma con Iberia la calma  una misera utopia:
il nostro volo era previsto per le 6.05 ma a un'ora scarsa dal decollo il check-in era ancora chiuso.
Proprio allora dagli altoparlanti dell'aeroporto una voce nitida, comprensibile, chiara, ha detto
scandendo bene le parole in turco, inglese e spagnolo che il volo Iberia Istanbul-Madrid delle 6.05 era
cancellato.
La mia compagna e io abbiamo inspirato con calma, ci siamo guardati, abbiamo dedicato
qualche secondo a un esercizio zen e poi siamo andati all'assistenza clienti di Iberia.
L abbiamo trovato una cinquantina di spagnoli sul punto di linciare due turchi, un ragazzo e
una ragazza, che gentilmente ripetevano: Siamo d'accordo, Iberia  una compagnia poco affidabile.
No, non sappiamo perch hanno cancellato il volo. Questo  il numero di telefono di Iberia. Se
riuscite a farvi rispondere, vi regaliamo un vassoio di baklava.
Siccome sono un ottimista, ho telefonato a Iberia. Una voce femminile molto sensuale ha
risposto da qualche call center sperduto in Marocco o da Rabat: Per motivi di sicurezza questa
conversazione verr registrata... bip bip bip. Se desidera prenotare o modificare una prenotazione,
prema 1. Se desidera annullare una prenotazione, prema 2... Se desidera un taglio di capelli, prema 3...
Se desidera consigli sentimentali, prema 5... bip bip bip.
Nell'aria c'era odore di ammutinamento: dei brasiliani si disperavano all'idea di perdere il loro
volo Madrid-San Paolo, dei galleghi imprecavano perch era la terza volta che si vedevano cancellare
un volo, dei catalani si maledicevano per non aver scelto di volare con Air France, dei madrileni
sostenevano che era tutta colpa del governo, mentre la mia compagna e io chiedevamo di essere messi
su un altro aereo.
Alle nove di mattina ci hanno riprotetti su un volo Istanbul-Madrid di Turkish Air, poi da
Madrid dovevamo proseguire per le Asturie su un aereo Spanair. Perfetto. Tutto risolto. Il volo di
Turkish partiva alle 12.30. Che cosa vuoi che sia per un cliente di Iberia perdere sei ore e mezzo? Le
cancellazioni e i ritardi della compagnia di bandiera spagnola sono ormai una tradizione, come cantare
un fandango a Huelva o buttare le capre gi dai campanili.
L'aeroporto di Istanbul  grande e comodo, ci sono vari caff dotati di poltrone Voltaire, che si
prestano a schiacciare un sonnellino, e non ci sono camerieri rompiscatole che ti svegliano per chiederti
cosa vuoi ordinare.
La mia compagna si  immersa nella lettura di un romanzo di Ramn Daz Eterovic e io ho
cominciato a cospirare insieme agli spagnoli infuriati che mandavano Iberia a quel paese. Gli spagnoli
sono un popolo molto portato a cospirare in piccoli gruppi, davanti a un caff o a una birra. L tirano
fuori il loro potenziale rivoluzionario, la santa ira del popolo, l'incazzatura, ma come  noto non vanno
mai oltre le buone intenzioni.
Alle 11 del mattino abbiamo fatto qualche acquisto, souvenir per i nipoti, e io mi sono goduto
l'ultimo pranzo turco. In un bar c'era un menu rapido irresistibile: kebab di agnello alla griglia, yogurt,
salse deliziose e pane turco appena sfornato, pi una birra meravigliosa per mandar gi queste
squisitezze.
L'aereo turco, pieno fino all'orlo, si  preparato puntualmente al decollo, ma quando eravamo
sulla pista, dall'ultima fila si  alzata una voce di donna che ha detto: Speriamo che l'aereo si schianti,
cos moriamo tutti. Desideri strani e inopportuni viste le circostanze, a cui ha ribattuto una signora
madrilena con un sonoro: Zitta cretina, chiudi il becco e schiantati tu, demente, amena discussione
che  riuscita ad attirare l'attenzione delle hostess e a ritardare di quasi un'ora il decollo. Una volta
messa a tacere la donna turbata da desideri criminali (ci sono state scommesse: alcuni sostenevano che
una hostess l'avesse minacciata di applicare le procedure antiterrorismo, viaggio a Guantnamo
compreso, mentre altri erano convinti che le avessero somministrato un tranquillante), abbiamo iniziato
un placido volo sopra Turchia, Croazia, Slovenia, Italia e Francia, finch non siamo atterrati alle cinque
del pomeriggio al Terminal 1 dell'aeroporto di Barajas.
Non appena  stato aperto il portellone, sono comparsi dei cretini vestiti di azzurro (e non erano
puffi) che hanno cominciato a controllare i passaporti sull'aereo. I cretini vestiti di azzurro sulle cui
schiene era scritto Polizia avevano evidenti problemi di lettura: bench i testi dei passaporti siano
assai scarni come trama e parecchio sintetici come esposizione, ci stavano mettendo una vita ad
autorizzare l'uscita dei viaggiatori, di nuovo sull'orlo della rivolta.
Abbiamo lasciato l'apparecchio di Turkish alle 17.30. Il nostro volo Spanair per le Asturie era
previsto alle 17.05. Al Terminal 1 abbiamo cercato prima Spanair, invano, e poi abbiamo trovato un
banco informazioni di Aena sprofondato nel pi doloroso abbandono; allora abbiamo cercato i monitor:
tre di essi avevano gli schermi impeccabilmente neri, come televisori di tifosi del Real Madrid dopo
una partita con il Barcellona, poi finalmente ne abbiamo scoperto uno che funzionava sul quale si
leggeva che, in effetti, il nostro volo per le Asturie era previsto alle 17.05 dal Terminal 2.
Se dovessimo definire con una metafora l'aeroporto di Barajas, questa  l'unica possibile: uno
schifo!
Dopo avere aspettato il minibus che collega i terminal, alle 18.00 siamo arrivati davanti al
banco informazioni di Aena, vuoto, solitario, triste. Alle 18.05 mi sono ricordato delle lezioni di
taekwondo e ho sferrato un colpo al terzo banco informazioni di Aena, vuoto, solitario, triste,
dopodich per fortuna abbiamo trovato un uomo delle pulizie peruviano che ci ha guidato fino al banco
informazioni di Spanair. L ci ha ascoltato sollecita una ragazza, per poi informarci di qualcosa che gi
sospettavamo: avevamo perso il volo.
Dopo averle detto che per colpa di certi cretini vestiti di azzurro, che non usano le
apparecchiature elettroniche pagate con le nostre tasse per il controllo dei passaporti, eravamo sbarcati
tardissimo dall'aereo turco, le abbiamo chiesto di metterci sul volo successivo. Allora la ragazza ci ha
guardato con disprezzo e ha detto che il problema non era di sua competenza, perch il nostro volo per
le Asturie era con Air Europa e quindi dovevamo tornare al Terminal 1.
Armandomi di grande pazienza per evitare di strangolarla, le ho fatto notare che la nostra carta
di imbarco era decorata dalla sigla JK, che nel gergo aeronautico universale corrisponde a Spanair.
Allora lei, con un discorsetto appreso in qualche seminario di liberalismo economico, ha replicato che
il nostro volo era stato riprotetto da Air Europa, i cui banchi informazione si trovavano nel Terminal
1.
Mentre aspettavamo il minibus che collega i terminal, e che teoricamente passa ogni tre minuti,
abbiamo visto vari compagni e compagne di sventura in un bagno di sudore che mandavano a quel
paese Iberia, Spanair, Air Europa e l'aeroporto di Barajas. Abbiamo sputato sui vetri, abbiamo preso a
calci i cestini della spazzatura  oh, la santa ira del popolo  e tornando al Terminal 1 abbiamo cercato
qualcosa, un banco, un banchetto, un banchino informazioni con le sigle di Air Europa che avesse
dietro qualcosa con un'aria umano-parlante. Siamo stati fortunati: dopo essercela presa invano con un
altro banco informazioni vuoto, solitario e triste di Aena, abbiamo trovato un'impiegata di Air Europa
che ci ha informato che il problema non era loro ma di Iberia, in quanto i nostri biglietti originali, ossia
il contratto di viaggio, erano con Iberia. E comunque, ha spiegato, non c'erano pi voli per le Asturie.
Cantando Asturias, patria queridaaaaa abbiamo aspettato un quarto d'ora il minibus che
passa ogni tre minuti. Il pulmino ha imboccato un'autostrada: nessun sedile aveva la cintura di
sicurezza e l'autista, uno psicopatico che prendeva le curve a 120 km all'ora, non se l'era allacciata. I
passeggeri si reggevano come potevano, le valigie sbattevano con violenza, finch una brusca frenata
che per poco non ci fa sfondare l'ampio parabrezza ci ha detto che eravamo arrivati in culo al mondo, e
cio al Terminal 4, bello e moderno, l'orgoglio di tutta la Spagna... ol!
Nel mitico T4, il primo banco informazioni di Iberia accettava solo bambini che viaggiano non
accompagnati; non c'era nessuno in coda ma una dipendente vestita di rosso ci ha mandato al banco
informazioni successivo. Al secondo banco informazioni di Iberia accettavano solo casi di bagaglio in
eccesso, al terzo c'era soltanto una sedia e al quarto ci hanno fatto aspettare un'ora mentre
esaminavano la nostra situazione. Alle 19.15 ci hanno rimandato al Terminal 1 a recuperare le nostre
valigie, perch senza non potevano darci una carta di imbarco per il primo volo per le Asturie.
Aspettando il minibus che doveva riportarci al T1, l'Asturias, patria queridaaa ha subito un
cambio di testo: Che compagnia del cazzoooo. Come si fa a recuperare il proprio bagaglio una volta
lasciato il terminal? La soluzione di questo mistero mi ha portato prima a sfogarmi con ogni carrello
portabagagli che mi trovavo davanti e poi a strappare tutti i cartelli Informazioni attaccati alle vetrine
di Aena. Alla fine, dietro suggerimento di due donne della Guardia Civil, abbiamo violato un Accesso
vietato e ci siamo infilati nella sala numero 6.
Una dipendente annoiata ma gentile di Air Europa e di altre compagnie, ormai temprata dagli
insulti di centinaia di persone, ha preso le ricevute dei nostri bagagli e ci ha invitato ad aspettare
davanti al nastro numero 11. Alcune valigie giravano solitarie in cerchio senza pi speranza di ritrovare
i proprietari. Non c' niente di pi triste che vedere delle valigie senza padrone e cos, meditando sulla
solitudine delle valigie, abbiamo aspettato un'ora, finch non ne  spuntata una, quella della mia
compagna. Io, lo ammetto, mi sono comportato da vigliacco, sono stato infedele e sleale, e ho
abbandonato la mia valigia al suo destino. Mi sono rassegnato a perderla pur di non restare ancora una
volta a terra, perch il volo Iberia per le Asturie partiva alle 21.00.
Tornati al T4, abbiamo spedito la valigia della mia compagna, abbiamo preso le carte di
imbarco e ci siamo uniti ai cori di protesta delle duecento persone, tutte con voli in partenza nei
successivi trenta minuti, che erano l in fila da ore davanti agli unici tre dipendenti di Iberia. C'erano
quindici postazioni di controllo vuote.
Ancora una volta siamo passati sotto lo scanner. Ma dove trovano quelle guardie di sicurezza
che invece di parlare abbaiano! Gli scanner sono cos scadenti da non riuscire a vedere un computer
dentro una borsa e perci sei costretto a tirarlo fuori e a metterlo su un vassoio? Si pu dirottare un
aereo con una cintura? Che rapporto c' fra una empanada gallega e Al Qaeda?
Alle 21.30 i pannelli del T4 hanno avvisato che il volo per le Asturie sarebbe partito alle 22.15.
Poi alle 22.50. Poi alle 23.05. Non c' stata una sola parola di scuse. Ricordiamo ai passeggeri che il
servizio altoparlanti dell'aeroporto di Barajas non fornisce informazioni sui voli. E allora a che
diavolo serve? Siamo atterrati nelle Asturie dopo mezzanotte, era ormai il 2 maggio, ci eravamo persi
la festa dei lavoratori.
Ma a volte accadono miracoli: stavamo per uscire dall'aeroporto delle Asturie quando uno della
Guardia Civil mi ha chiamato: Seplveda? Credo che qui ci sia una valigia sua.
S, era la mia valigia. L'ho abbracciata emozionato e le ho giurato, come si giura a una
fidanzata, che mai pi, per nessuna ragione al mondo, l'avrei sottoposta ai rischi e alle umiliazioni che
aveva sofferto. Le ho giurato che mai pi avremmo volato con una compagnia aerea spagnola.
22
Dall'orrore e dall'impotenza
I due attentati terroristici commessi in Norvegia ci lasciano senza parole, perch quella bomba
piazzata nel centro di Oslo e l'assassinio in massa di giovani socialisti a Utya fa perdere alle parole
qualsiasi valore, le fa risultare assurde, prive di peso e di qualsiasi capacit di nominare le cose, di
mettere ordine nel mondo.
I giovani, i ragazzi e le ragazze norvegesi che si erano riuniti sull'isola di Utya, sono la parte
migliore della societ europea, scandinava e mondiale, perch erano andati laggi proprio per
dialogare, per riflettere e prendere decisioni sui problemi complessi che oggi toccano tutte le societ.
Erano andati sull'isola di Utya spinti dal pi generoso dei desideri, quello di partecipare come
cittadini, di farsi responsabilmente carico di questioni che, per quanto lontana sia la Norvegia,
investono tutti quanti.
In Europa e in Scandinavia la crisi economica causata dagli interessi speculativi dei cosiddetti
mercati, che in realt sono societ con amministratori ben individuabili, con azionisti che hanno
nome e cognome, ha trovato risposte sbagliate fino alla perversione: da un lato i governi hanno fatto
ricadere il peso della crisi sui cittadini, tagliando i servizi pubblici e trasformando il lavoro in una
specie di condanna a vita, e dall'altro sono fiorite risposte nate dalla pi ottusa xenofobia, dal razzismo,
dalla semplice rozza ossessione di incolpare l'altro, il diverso, di tutte le difficolt nate dalla crisi
provocata dai banchieri, dai ricchi, dai mercati. Al complesso problema costituito da un sistema
economico basato sulla speculazione, l'estrema destra europea ha risposto con incitamenti all'odio,
all'intolleranza, all'eliminazione del diverso. Proprio di questo volevano parlare i giovani norvegesi
assassinati a Utya. Con tutta la creativit critica della loro giovent immolata volevano affrontare
questi temi.
Nel discorso dell'odio contro l'immigrazione, contro l'altro, contro il diverso,  entrata anche la
fobia anti-Islam che considera una minaccia, senza distinzioni, chiunque professi la fede musulmana,
chiunque appartenga al mondo arabo  eccetto naturalmente i grandi despoti padroni del petrolio ,
chiunque appaia diverso, si vesta in modo diverso, mangi in modo diverso, pensi in modo diverso, sia
diverso. La vilt morale impedisce agli estremisti di destra di ammettere le proprie responsabilit di
apprendisti stregoni nell'orrore scatenato in Norvegia, e oggi se ne lavano le mani sostenendo che il
loro odio  rivolto contro quelli di l e non contro quelli di qua.
In Norvegia, la leader del Partito del Progresso, un'organizzazione apertamente nazista, cerca di
prendere le distanze dall'assassino, Anders Behring Breivik, che ha militato per anni nelle sue file.
Capi di Stato europei come Sarkozy, Merkel e Cameron dichiarano senza mezzi termini che il
multiculturalismo ha fallito, perch questo discorso che oltrepassa i limiti tradizionali di una destra
solo apparentemente meno xenofoba dell'estrema destra di Le Pen, del Partito dei Veri Finlandesi,
dell'Unione del Popolo Tedesco o dell'ala dura del Partito Popolare in Spagna fa guadagnare voti nella
massa che, investita dalla crisi senza riuscire a comprenderne i motivi n tanto meno a identificarne i
responsabili, pretende soluzioni facili che nascondano la complessit del problema.
L'assassino dei giovani socialisti norvegesi, l'autore della peggiore strage della storia di quel
paese, ha agito mosso da un odio generato dal discorso dell'estrema destra, maturato nella follia
criminale dell'estrema destra e nell'appoggio di un partito dalle chiare tinte naziste come il Partito del
Progresso, che con il 23% dei voti  diventato in meno di due anni la seconda forza politica del paese.
Dolenti e attoniti davanti a quel meraviglioso centinaio di vite spezzate dall'odio, ascoltiamo
sempre pi increduli il discorso delle destre europee assumere i toni dell'estrema destra, del
nazionalismo pi selvaggio, della dabbenaggine religiosa mascherata da difesa dell'identit culturale.
L'attuale crisi economica, che ha distrutto milioni di posti di lavoro e ha costretto ad aprire in
fretta e furia mense popolari nella cosiddetta societ del benessere,  riuscita a trasformare la maggior
parte degli europei e degli scandinavi in una massa acritica, conformista, che ha urgente bisogno
dell'odio per il diverso, che sia connazionale o straniero, come palliativo di una miseria economica che
sfuma ormai nella miseria morale.
E fa soffrire pensare che di questo, proprio di questo, volevano parlare quei quasi cento giovani
socialisti assassinati a Utya, con tutta la generosit della giovinezza, con tutta l'intelligenza della
giovinezza, con tutto il senso di responsabilit di chi ha il coraggio di partecipare ai problemi della
societ.
23
Asturie: viva i minatori!
Oggi, luned 18 giugno, il cielo  nuvoloso nelle Asturie, e questo nella regione verde della
Spagna  la norma. Man mano che ci si allontana dalla costa, si attraversano prati di un verde intenso,
monti che scompaiono nella nebbia e l'orbayu, una dolce pioggerellina sottile simile a un velo di seta
umida si appropria di tutto quello che tocca, coprendolo con una patina impalpabile di acqua che 
come l'eterno corredo delle Asturie.
Basta allontanarsi di una trentina di chilometri dalla costa per arrivare nella regione mineraria,
nel bacino, in citt di edifici stretti gli uni agli altri come Mieres e Langreo che oggi, come tutti i
paesi e i villaggi, sono paralizzate da uno sciopero generale di solidariet con i minatori del carbone.
Siamo nel 2012, l'anno della peggiore crisi provocata dagli speculatori e dai banchieri.  l'anno
della disperazione, l'anno in cui ci si chiude in se stessi pensando a come salvarsi, anche a spese degli
altri; l'anno dell'egoismo e della disumanizzazione generale. Ma nei bacini minerari hanno rispolverato
la vecchia bandiera della solidariet di classe. S, uso questa espressione, perch le differenze di classe
sono oggi pi forti che mai, anche se certa gente sostiene che appartengono ormai alla storia e che la
storia  morta.
La storia  ancora viva nei bacini minerari e l'adesione allo sciopero  stata del 100% non solo
nelle Asturie, ma in tutte le regioni spagnole che hanno miniere di carbone. Gli impianti di estrazione
del carbone, del litantrace e dell'antracite, le miniere e il lavoro degli uomini che scendono nelle oscure
viscere della terra sono sempre stati moneta di scambio per chi governava questo paese. Gi nel 1962,
quando la Spagna franchista veniva acccolta nella Comunit economica europea, antenata dell'attuale
Unione europea, il dittatore confidava al cugino e segretario militare Francisco Franco Salgado-Araujo
che le miniere di carbone spagnole avevano i giorni contati perch l'Europa voleva favorire lo
sfruttamento del bacino della Ruhr, in Germania, e dei giacimenti della Polonia, che malgrado la
Guerra fredda assicuravano una fornitura a costi inferiori. La risposta dei minatori fu il primo grande
sciopero dopo la sconfitta della Repubblica e l'instaurarsi del regime fascista nazional-cattolico. Nel
1962 i minatori vinsero, conservarono i loro posti di lavoro, anche se le rappresaglie furono brutali.
Cinquant'anni dopo, le vecchie bandiere della solidariet di classe sventolano ancora una volta
sotto il cielo grigio delle Asturie, adesso in difesa del pi inalienabile dei diritti: il diritto al lavoro. A
un lavoro che  come una maledizione o qualcosa di molto difficile da spiegare, perch la miniera entra
nel sangue agli uomini oscuri del carbone e si  minatori, figli di minatori, nipoti di minatori, un'attivit
che  stata dichiarata non redditizia da qualche comodo e immacolato ufficio di Londra o di
Bruxelles.
Nella miniera, nel pozzo, si arriva di buon'ora, i minatori si cambiano scherzando, i loro abiti da
lavoro vengono calati dalle catene  la tuta annerita, il casco con la lampada, i guanti di sicurezza, le
batterie per le lampade, gli scarponi con la punta rinforzata  e poi le catene risalgono portando in alto i
vestiti che verranno di nuovo indossati al momento di uscire dal pozzo. Ma a volte una sirena ulula la
tragedia e la catena non scende pi. Questo, di certo, non  redditizio.
Una volta equipaggiati, si avviano verso l'entrata del pozzo, adesso non scherzano perch la
bocca della miniera impone rispetto e timore anche ai pi anziani. Un ascensore metallico, la gabbia,
li cala nella densa oscurit della galleria principale e l si accomodano su un treno minuscolo che li
conduce in altre gallerie minori. Il buio della miniera  intenso e appiccicoso, come l'aria impregnata di
umidit, e sopra le voci dei minatori e il cozzare dei loro attrezzi si impone lo scricchiolio della
montagna, il lamento dell'intimit della terra e la sua perenne minaccia di crollo. Questo, di certo, non
 redditizio.
I minatori avanzano nelle gallerie minori, le loro lampade bucano la fitta oscurit e si scontrano
con le pareti di roccia impregnate d'acqua. L'aria diventa sempre pi pesante e cos, prima in piedi, poi
chini, poi strisciando, arrivano ai filoni, si sputano in mano e cominciano il loro lavoro per strappare il
carbone, il litantrace e l'antracite dalle viscere della terra. I picconieri vedono scomparire i loro muscoli
sotto uno strato di polvere, le punte dei trapani hanno aperto i fori in cui vengono inserite le cariche di
esplosivo. A un cenno dell'addetto tutti gli uomini indietreggiano verso un rifugio, l si rannicchiano
stretti gli uni agli altri, proteggendosi le orecchie, finch l'esplosione non scuote l'aria e una nube nera
li avvolge. Questo, di certo, non  redditizio.
Quando alla fine della giornata escono dalla gabbia che li ha riportati sulla superficie terrestre, i
minatori vanno al bar e ordinano un sidro, e il bar vive dei minatori; altri vanno in farmacia e la
farmacia vive dei minatori; altri comprano un vestito per la figlia o un libro, e tutti i negozi dei vari
bacini minerari vivono dei minatori. Il lavoro di ognuno di questi uomini oscuri rende possibile
l'esistenza di molti altri posti di lavoro. Tutto quello che si fa nelle citt, nei paesi e nei villaggi dei
bacini minerari dipende dalle miniere e prendere in considerazione questa realt di certo non 
redditizio.
Quando nel 1985 arriv al potere il PSOE, le miniere di carbone davano lavoro a quasi 53.000
minatori. Un ministro socialista, Solchaga, coni uno slogan per annunciare i grandi cambiamenti: La
Spagna  un paese per far soldi. E cos fu, in effetti. Nel caso delle miniere la possibilit di far soldi,
di lucrare, si cre obbedendo alle istruzioni dei pezzi grossi dell'Europa, e la Spagna cominci a
importare carbone. Non ci hanno mai spiegato perch il carbone che arriva dalla Polonia o dalla
miniera a cielo aperto pi grande del mondo, Cerrejn, nella Guajira colombiana, sia migliore e meno
inquinante del carbone asturiano. E se lo , non sono mai stati investiti abbastanza fondi per studiare
come rendere pi efficiente e meno inquinante un settore energetico fondamentale.
Seguendo le direttive dei mercati, tanto il Partito Popolare quanto il PSOE si sono sempre
contraddistinti per un approccio demagogico alle tematiche energetiche. Se il carbone era
definitivamente condannato, si sarebbero dovute attuare efficaci politiche di riconversione industriale
che assicurassero un impiego dignitoso e qualificato a chi lasciava le miniere. Tali politiche non ci sono
state, in compenso sono stati decisi prepensionamenti in apparenza molto generosi, senza per
considerare che l'attivit mineraria  una cultura, si tramanda; anche se suona contraddittorio, i figli e i
nipoti dei minatori si sono sempre ritenuti eredi del lavoro dei pi vecchi. La miniera ti entra in corpo,
ti prende l'anima; ma questa riflessione  mancata, si  trascurato il fatto che dei prepensionamenti
sarebbero vissuti anche i figli e i nipoti dei minatori, perch non si esce dalla miniera per prendere il
posto del fruttivendolo, del panettiere, del commesso della farmacia o del cameriere che ti serve il
sidro.
In mancanza di una soluzione coerente, i minatori si sono aggrappati ai loro posti di lavoro e
l'estrazione ha cominciato a essere sovvenzionata dall'Unione europea. Oggi, nel 2012, il numero dei
lavoratori delle miniere si  ridotto a neanche ottomila unit distribuite su quarantasette impianti. E
l'estrazione  crollata da venti milioni di tonnellate a poco pi di otto milioni e mezzo. La politica
energetica europea ha deciso di mettere fine alle sovvenzioni pubbliche al settore minerario alla fine
del 2014, ma la pressione esercitata dai minatori ha ottenuto una proroga fino al 31 dicembre 2018.
Secondo i calcoli degli imprenditori e dei minatori, quattro anni dovevano essere sufficienti perch in
Europa ci si cominciasse a chiedere se sia logico ridurre la produzione globale europea di carbone a
130 milioni di tonnellate per importare contemporaneamente ogni anno pi di 160 milioni di tonnellate,
sia pure a prezzi competitivi, cio carbone prodotto con un costo del lavoro inaccettabile per
qualsiasi operaio europeo o statunitense.
I minatori sostengono giustamente che il carbone  una riserva strategica di origine autoctona, il
che garantisce non solo il rifornimento ma, cosa ancor pi importante e molto osteggiata dal mercato,
una riserva strategica nazionale.
E a tutte queste considerazioni bisogna aggiungere che i minatori stanno difendendo l'esistenza
delle citt e dei paesi dei bacini minerari. Il piccolo e il medio commercio, i servizi, tutto quello che
costituisce la vita quotidiana di un insediamento umano. E questo, di certo, non  redditizio.
Il governo spagnolo, guidato da Mariano Rajoy, ossessionato da una riduzione del debito
pubblico impossibile da realizzare, ha imposto una serie di tagli allo stato sociale, alla sanit e
all'istruzione, riduzioni di salario, riforme del lavoro che facilitano i licenziamenti, mostrando per una
grande generosit verso gli speculatori e le banche. L'ex ministro Solchaga non sbagliava: la Spagna 
un paese per far soldi, e gli speculatori li hanno fatti, guadagnando come non mai. Basti dire che le
banche spagnole pi forti, facenti parte di quel conglomerato anonimo detto mercato che ha usurpato
funzioni statali e screditato la politica, chiedevano denaro alla Banca centrale europea all'1% di
interesse e con quel denaro, invece di aprire linee di credito per la piccola industria e l'artigianato,
compravano debito pubblico spagnolo al 5, 6 e 7% annuo di interesse.
Il governo Rajoy, che da un lato accettava un salvataggio delle banche spagnole per cento
miliardi di euro, dall'altro continuava sulla sua linea di tagli a tutto quello che tutela i lavoratori,
tagliando anche un 63% dei fondi destinati a sostenere l'attivit mineraria fino al 31 dicembre 2018.
Ma questo vuol dire chiudere le miniere, ammazzare un'attivit, una cultura del lavoro, e condannare le
citt e i paesi dei bacini minerari ad assistere all'esodo dei propri abitanti.
Nessuno sciopero  mai stato pi giusto e necessario. Oggi  il ventiduesimo giorno. Ci sono
diversi minatori rinchiusi nelle profondit dei pozzi. Oggi le Asturie, la parte migliore delle Asturie,
resiste ancora una volta. Oggi la parola sciopero acquista un significato nuovo e il successo dimostrato
da un'adesione del 100%, dalla paralisi di tutte le attivit dei bacini minerari, dimostra che la
solidariet di classe  ancora viva e sventola le sue bandiere.
Sono nato in Cile, ma abito nelle Asturie. Questi minatori sono i miei concittadini, sono la mia
gente, e mi sento orgoglioso della loro lotta e della loro volont di combattere. Stanno dando a tutti una
lezione di dignit.
Viva i minatori! Puxa Asturies!1
24
Quando lo scrittore resta fuori
Cinquant'anni e qualche giorno fa i minatori asturiani del carbone tornarono nel buio delle
gallerie dopo due mesi di sciopero che scossero le fondamenta del franchismo. Ma non tutti si rimisero
il casco e si riappesero alla spalla la lampada di bronzo. Trecentocinquantasei minatori furono
incarcerati, centoventisei furono deportati e centonovantotto furono licenziati.  acqua passata, diranno
molti. Tornarci su significa riaprire vecchie ferite, diranno altri. Il mondo  cambiato, dir pi d'uno.
Scrivo queste righe con la grammatica che pi mi si addice, la grammatica della rabbia e
dell'ammirazione per quegli uomini e quelle donne dei bacini minerari asturiani e leonesi.
Ammirazione per quei vecchi che fecero il grande sciopero del 1962 e per quelli di adesso, che ancora
una volta resistono in difesa dei loro diritti e di un lavoro che, per quanto duro, fanno con coraggio, con
un fegato sconosciuto sia ai broker sia ai burocrati di tutte le razze.
Adesso che sono accanto alla mia gente, i minatori di Langreo, Mieres, Turn, quelli che
scendono nel pozzo Mara Luisa o nel pozzo Mujeres Muertas, lo scrittore resta fuori,  inutile cercare
di scrivere quanto sono giuste le loro richieste, perch oggi, giugno 2012, a cinquant'anni e qualche
giorno dalla fine del grande sciopero del '62, i minatori si sono fermati per difendere il minimo: i loro
posti di lavoro. Oggi la lotta  per la miniera, per il buco che invade le viscere della terra, in cui entrano
scendendo nella gabbia, l'ascensore che li cala nel primo buio, per poi proseguire su un trenino che li
conduce all'entrata delle gallerie, e da l, bucando l'oscurit con le loro lampade, prima in piedi, poi
chini, alla fine strisciando, arrivare ai filoni che i picconieri scavano in mezzo a un misto di acqua,
polvere e buio ancora pi fitto.
Mi abuelo fue picaor, all en la mina, y picando negro carbn dej la vida dice una vecchia
canzone di lotta.2
Ieri, 6 giugno 2012, mentre i banchieri e gli speculatori spagnoli ed europei si fregavano le mani
davanti all'annuncio di nuovi tagli allo stato sociale e al lavoro, la polizia ha caricato i minatori
asturiani e ancora una volta lo scrittore  rimasto fuori dal mio corpo, come una pelle fastidiosa, di cui
rifiuto la tastiera, la simbolica penna, perch  d'avanzo, di troppo, non serve. Le mani vanno da sole
alla dura pietra e servono a innalzare una barricata la cui fortezza  il migliore dei miei romanzi, la
poesia pi sentita che si possa scrivere.
Traigo la camisa roja, trai lar lar lailarai, de sangre de un compaero, mir, Marusia,
mir! Mir como vengo yo3 cantano i minatori che ho conosciuto nei circoli di lettura di Turn e di
Mieres, figli e nipoti dei vecchi minatori del '62, perch la miniera si eredita e per quanto duro sia il
lavoro d qualcosa che non  quotato nelle assemblee degli azionisti: l'orgoglio di essere minatori.
Nel 1960, i minatori di carbone di Lota, nel sud del Cile, cominciarono uno sciopero che dur
novantasei giorni e fu interrotto solo da un feroce terremoto che scosse il paese. Il governo cileno cerc
di domarli assediandoli, lasciando che la fame facesse il lavoro sporco prima delle pallottole. Ma il loro
sciopero arriv fino ai pozzi minerari asturiani, al bacino, e da Gijn salp una nave carica di viveri,
medicine e lettere di incoraggiamento a quei lontani compagni del Sud del mondo.
Questa  storia, diranno molti. Questa si chiama solidariet di classe, internazionalismo
proletario, dicono ancora i figli e i nipoti dei minatori del grande sciopero.
Lo sciopero di oggi  totale, a oltranza, e terminer soltanto quando il governo far marcia
indietro e dar garanzie sul futuro delle miniere di carbone.
La polizia, gli agenti antisommossa caricheranno di nuovo in difesa del potere, dei padroni,
degli azionisti delle compagnie minerarie, dei conti correnti bancari nascosti nei paradisi fiscali, dei
politici corrotti che dall'alto delle loro cariche parlamentari giustificano i tagli pi brutali e negano il
pi elementare dei diritti: il sacro diritto al lavoro.
Ma le parole compagno e compagna si scuotono di dosso la polvere, brillano con rinnovato
splendore, e bastano all'uomo, al cittadino, perch in quest'ora di lotta lo scrittore resta fuori.
25
La favola del gatto di Felipe Gonzlez
La letteratura serve a spiegare la complessit dell'universo, perch ogni narrazione ha come
punto di partenza un luogo e un momento determinato. La crisi mi tocca in modo diretto, molti dei miei
amici spagnoli la soffrono in tutta la sua furia devastatrice, sentono che il futuro non potrebbe essere
pi incerto e guardano attoniti la normalit di un paese europeo sgretolarsi giorno dopo giorno nella
deriva di due governi, quello del Partito Popolare e quello del PSOE, incapaci di tracciare un quadro
che consenta ai cittadini di capire cosa diavolo  successo, cosa sta succedendo e, peggio ancora, cosa
accidenti succeder domani. Si suppone che la funzione di qualsiasi governo sia mantenere aggiornata
la narrazione della societ, con tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, ma per quanto
indispensabile tale narrazione non esiste n  mai esistita in Spagna, perch fin dalla morte di Franco e
dall'inizio della transizione alla democrazia chi era responsabile della guida politica del paese ha fatto
della pigrizia intellettuale il proprio marchio di fabbrica. Non si  mai pensato a un modello realizzabile
di paese e se si riesaminano, come ho fatto io, gli interventi in parlamento e i discorsi delle campagne
elettorali, non si trover una sola frase degna di nota che accenni a un'idea di societ.
L'unico statista spagnolo che ha cercato di elaborare una narrazione della societ spagnola 
stato Azaa, l'ultimo presidente della Repubblica prima del colpo di Stato franchista. Non ce ne sono
stati n ce ne sono altri, perch la grande lacuna della Spagna  l'assenza di quella borghesia illuminata
da cui nasce la figura dell'Uomo o della Donna di Stato.
La sola dichiarazione rilevante che ho trovato  il proverbio cinese reso famoso da Deng
Xiaoping, citato da Felipe Gonzlez: Non importa che il gatto sia bianco o nero, purch acchiappi i
topi. E proprio a partire da questa metafora, che  stata applicata a qualsiasi tipo di situazione, sociale,
economica, culturale e politica, cercher di elaborare una narrazione che mi consenta di capire cosa
diavolo  successo, cosa accidenti sta succedendo e perch. Come cittadino europeo ho bisogno di
comprendere questo presente da incubo per trovare una via d'uscita e non lasciarmi intrappolare come
nel ritratto maledetto di Dorian Gray.
La mattina del 4 febbraio 1988 faceva abbastanza freddo a Madrid, ma le basse temperature si
avvertivano solo in strada, non nella sala ben riscaldata del palazzo dei Congressi. Pi di un migliaio di
imprenditori convocati dalla APD, la Asociacin para el Progreso de la Direccin, aspettava le parole
di incoraggiamento di Carlos Solchaga, ministro dell'Economia del governo socialista di Felipe
Gonzlez.
E il ministro parl: La Spagna  il paese d'Europa e forse del mondo dove si pu guadagnare
pi denaro a breve termine. Non lo dico solo io: lo dicono gli analisti e gli esperti di borsa.
L'ovazione fece salire la temperatura a livelli tropicali. Il PSOE parlava chiaro: la Spagna era
un paese dove solo i cretini non riuscivano ad arricchirsi, o a vivere convinti di essere ricchi. Le regole
per il funzionamento dell'economia, i principi etici di solidariet sociale, l'idea socialdemocratica di
benessere, un'analisi di sinistra dell'origine della ricchezza erano considerati ostacoli marginali,
trascurabili, insignificanti sulla strada che avrebbe condotto a una societ caratterizzata da un unico
elemento, la ricchezza, e per di pi a breve termine.
Come fa un paese a cadere nella trappola dei soldi facili? Le numerose spiegazioni avanzate
dagli economisti per spiegare la crisi globale omettono un dato determinante: non solo il sistema
capitalistico nel suo insieme ha fallito, ma nel caso specifico della Spagna le ragioni vanno cercate
anche nella transizione da una dittatura nazional-cattolica a uno stato democratico il cui motto era
voltare pagina.
Pur di entrare nel novero delle nazioni democratiche europee, la Spagna ha rinviato qualsiasi
dibattito o lo ha relegato su un piano marginale; l'esperienza repubblicana  stata ignorata, anche a
costo di restare privi di riferimenti storici, e ha prevalso un modo di essere basato non tanto sul
desiderio di diventare ferocemente occidentali, in tempo di Guerra fredda, con l'ingresso nella NATO,
quanto su quella maledizione culturale spagnola che si chiama picarismo. Il gatto, di qualunque
colore fosse, doveva acchiappare i topi.
Si pu ridere vedendo un farabutto che mangia l'uva a un povero cieco, ma quando il picarismo
diventa la strategia per affrontare la vita quotidiana, a tutti i livelli, e ancora peggio per governare, i
risultati si vedono e si vedranno sempre, perch ogni malefatta altrui rester l immutabile a ricordarci
le nostre.
Una delle pi grandi malefatte commesse in Spagna e ancora oggi tristemente diffusa  stata
pervertire il linguaggio per allontanarlo dalla realt. Non a caso negli anni Ottanta il terrorismo di Stato
praticato nella lotta contro l'ETA veniva definito politica antiterrorismo, la parola crisi veniva
rimpiazzata da decelerazione della crescita e il salvataggio delle banche private era presentato come
un prestito a ottime condizioni. Fin dal primo giorno della transizione, l'eufemismo si  imposto
come elemento base del discorso politico.
La Spagna  entrata nell'Unione europea tre anni prima della caduta del muro di Berlino, della
fine del cosiddetto socialismo reale nei paesi dell'Est e della fallita instaurazione del nuovo ordine
mondiale, ma la parola globalizzazione non  stata assolutamente compresa e nessuno ha riflettuto su
come integrare il paese in questo nuovo status quo, n ha cercato di capire come inserirsi in
un'economia globalizzata. Certa di appartenere per osmosi alla parte ricca dell'umanit, l'intera classe
politica spagnola, insieme alla stragrande maggioranza degli economisti, non ha minimamente provato
ad analizzare le conseguenze di una decisione che costituiva il primo passo verso l'attuale crisi.
Quando le economie pi forti del mondo hanno deciso che i paesi meno sviluppati dovevano
diventare un grande mercato in espansione, a patto che si aprissero alla concorrenza dei prodotti del
primo mondo, nessun profeta alla Carlos Solchaga si  fermato a pensare che, per quanto ingiuste e
manichee fossero, le condizioni imposte ai paesi del terzo mondo avrebbero innescato una dinamica
inarrestabile: i poveri avrebbero iniziato a vendere sempre pi merci ai ricchi, a far concorrenza alle
industrie del primo mondo.
I paesi poveri hanno acquisito un ritmo di crescita straordinario e sono stati ribattezzati
economie emergenti. Questo sviluppo, che poteva benissimo essere visto come un giusto
risarcimento per secoli di saccheggi, non  sfuggito alle minoranze che possiedono la maggior parte
della ricchezza delle potenze industriali e le ha portate a imporre ai rispettivi stati una visione
economica incurante di qualsiasi considerazione politica. Decisi a conquistare parte della nuova
ricchezza prodotta nei paesi emergenti, gli stati ricchi non hanno esitato a sacrificare le loro stesse
industrie nazionali. La delocalizzazione di fabbriche e strutture produttive, i ricatti del tipo: O non mi
fate pagare le tasse o me ne vado come nel caso della svedese Volvo, hanno obbligato i paesi del
primo mondo a adottare misure di riduzione della spesa pubblica e il welfare ha cominciato a mostrare
le prime crepe di uno smantellamento all'apparenza inarrestabile.
Era un comportamento inedito per i padroni della ricchezza? No, non era una novit per il
capitalismo. Gi molto tempo prima che la parola globalizzazione entrasse nel vocabolario
dell'economia e della politica, questo atteggiamento era stato descritto alla perfezione dal presidente di
un lontano paese sudamericano, Salvador Allende, in un discorso pronunciato il 4 dicembre 1972
davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite: Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra
le grandi multinazionali e gli stati. Questi subiscono gravi interferenze nelle loro fondamentali
decisioni politiche, economiche e militari da parte di organizzazioni mondiali che non dipendono da
nessuno Stato, non rispondono delle loro attivit a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di
nessun parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l'interesse collettivo. In poche parole, la
struttura politica del mondo sta per essere sconvolta.
Gi allora il mercato aveva cominciato ad agire come una dittatura e la politica, questa vecchia
arte del possibile, si era trasformata in una gara per vedere chi gestiva meglio i suoi interessi, quelli del
mercato appunto, non certo quelli dei paesi.
Tutto questo  stato volutamente ignorato dai politici spagnoli, il disprezzo ci che ignoro
tipico del picaro li ha portati all'immobilismo pi assoluto di fronte ai primi sintomi della crisi.
Nessun politico spagnolo esita ad affermare che il turismo  la prima o la seconda industria
nazionale, ma nessuno si azzarda a riconoscere che  soggetto a fattori estranei alla volont dell'uomo e
che genera, oltre all'arricchimento dei proprietari degli alberghi, un complesso di inferiorit assai
dannoso per le societ che vivono di turismo. Non  la stessa cosa essere un abitante di un paese di
punta nell'innovazione tecnologica o di un paese di camerieri, cuochi e addetti alla reception.
L'ingresso della Spagna nell'Unione europea, a fianco della Grecia e del Portogallo, ha
significato non solo la fine dell'isolazionismo e dell'autarchia, ma anche l'afflusso di un fiume di
denaro, sia in fondi di coesione sia in aiuti allo sviluppo, superiore a quello con cui il piano Marshall
inond tutta l'Europa del dopoguerra. Durante il periodo 2007-2013, la Spagna ha continuato a ricevere
finanziamenti per un importo di 3,25 miliardi di euro. E dire che negli otto anni di Aznar lo slogan
Espaa va bien era diventato un dogma e che, secondo il governo Zapatero, non solo l'economia
spagnola superava quella italiana e tallonava quella francese, ma il suo sistema finanziario era il
migliore del mondo. Eppure, da parte sua, la Spagna non ha versato un soldo per i dieci paesi entrati
nell'Unione europea nel 2004.
Un dettaglio del genere avrebbe dovuto mettere in guardia la classe dirigente di tutta Europa
riguardo alla solidit dell'economia spagnola, ma cos non  stato perch i mercati avevano individuato
in Spagna, come gi era successo per gli Stati Uniti, una fonte di guadagno molto pi proficua della
modernizzazione del sistema produttivo spagnolo: la speculazione immobiliare e la concessione
illimitata di prestiti ipotecari.
Nessun politico o economista spagnolo si  preoccupato del fatto che economie emergenti come
Cina, India e Brasile fossero cresciute a ritmo sfrenato nei cinque anni precedenti il fallimento della
banca Lehman Brothers, prima manifestazione della crisi. La cosa non li interessava: gli sforzi per
essere competitivi delle poche imprese spagnole capaci di incidere sull'economia globale li lasciavano
indifferenti rispetto ai guadagni a breve termine che assicurava la bolla immobiliare.
La corruzione ha invaso la vita politica spagnola in quanto essenza stessa del picarismo: io ti
finanzio le spese elettorali e tu mi dichiari edificabili i terreni nel tuo comune. Sono nati cos mostri
come la citt fantasma di Sesea, pi di 13.500 appartamenti costruiti in un deserto, senza acqua,
energia elettrica e infrastrutture, realizzati grazie alla generosit di banche che, prima di concedere
credito a un analfabeta, s, ma molto picaro, Paco il Pochero  il pochero  quello che stasa le fogne,
uno che vive di escrementi , avevano fatto salire artificiosamente il prezzo del terreno e di
conseguenza il valore degli appartamenti quando ancora non esistevano nemmeno nei progetti.
Il caso di Sesea si  replicato in lungo e in largo su tutto il territorio nazionale. E naturalmente
l'edilizia, il mattone, dava lavoro. L'ex premier Zapatero, in una delle sue dichiarazioni pi stravaganti,
ha assicurato che fra il 2006 e il 2008 in Spagna erano stati creati pi posti di lavoro che in Francia,
Italia e Germania messe assieme, omettendo per il dettaglio che i salari erano solo un terzo di quello
che guadagnavano i lavoratori italiani, francesi e tedeschi. Il paese andava bene, benissimo. Il mito del
Made in Spain si consolidava come un altro dogma.
Il modello produttivo che ha nell'edilizia il suo asse portante non ha corrotto solo la vita
politica, ma anche quella culturale e sociale. L'istruzione  un diritto a cui centinaia di migliaia di
giovani hanno volontariamente rinunciato. Il mattone li aspettava a braccia aperte. Perch affaticarsi
cinque o pi anni per diventare medico o ingegnere se depositando le prime tre buste paga in una banca
o in una cassa di risparmio si sarebbero visti concedere un prestito ipotecario a trenta o quarant'anni e
avrebbero potuto comprarsi immediatamente un appartamento, un'automobile, un televisore ad alta
definizione e l'iPhone di ultima generazione? Un paese non ha mai assistito a una dispersione
scolastica tanto massiccia in cos poco tempo. Un paese non ha mai sacrificato il proprio futuro con
tanto entusiasmo al motto del Gi che ci sei, comprane due.
La febbre immobiliare e la corruzione generalizzata hanno portato a costruire aeroporti in cui
non  mai atterrato un aereo, linee di treni ad alta velocit su cui non sale alcun passeggero, circuiti di
Formula Uno in mezzo a citt, palazzi della cultura faraonici oggi pieni di ragnatele. E in questa
situazione, le banche presentavano i bilanci pi positivi della storia. Il gatto acchiappava i topi.
La Spagna andava bene, le profezie di Solchaga si avveravano, la Spagna era il miglior paese al
mondo per guadagnare soldi in tempi brevi. E tutto grazie a una risorsa naturale inesauribile che saliva
di valore giorno dopo giorno: il terreno.
La cultura imprenditoriale di un paese si misura in base alla diversificazione della produzione.
Il mattone ha sovvertito questo principio e le piccole e medie imprese hanno messo la propria
produzione quasi esclusivamente al servizio del boom dell'edilizia.
Forse la prova pi lampante di incapacit intellettuale dei dirigenti politici spagnoli  consistita
e consiste nel non capire che la necessaria narrazione della societ deve seguire le regole della
drammaturgia aristotelica e cio presentare, in progressione, un inizio, uno svolgimento con relativo
climax, e un finale. Questo in parole povere significa che non bisogna pensare al futuro come a una
ripetizione del presente e che in campo economico i cicli hanno, necessariamente, una fine. La Spagna
 un paese cattolico e si poteva sperare che la classe dirigente desse un'occhiatina alla Bibbia, avrebbe
cos scoperto che il casto Giuseppe aveva interpretato il sogno delle vacche grasse e delle vacche magre
fatto dal faraone come il segno della fine di un ciclo economico.
Tutti i dirigenti politici e sindacali di Spagna sapevano fin dall'inizio del boom immobiliare di
essere seduti su un barile di dinamite, ma nonostante i timidi avvertimenti di Izquierda Unida nessuno
ha osato mettere un campanello al gatto. Il gatto doveva continuare ad acchiappare topi, anche se non
ce n'erano.
Dice Bertolt Brecht in una poesia che, come il popolo deve cambiare una classe dirigente
incapace, cos a volte  la classe dirigente a dover cambiare il popolo.  un'affermazione cinica, certo,
ma  anche quello che devono aver pensato l'anno scorso al PSOE quando hanno visto i risultati delle
ultime due tornate elettorali, prima quelle amministrative di comunit autonome e comuni, e poi quelle
politiche. I primi passi mossi dal governo Zapatero per affrontare la crisi dopo che ne aveva a lungo
negato l'esistenza  perch gli ideologi del libero mercato lo avevano convinto che l'economia
spagnola fosse invulnerabile  hanno significato l'abbandono di qualsiasi velleit di sinistra o di
qualunque aspirazione socialdemocratica nella politica di un governo socialista. Non  stata effettuata
alcuna analisi coerente per spiegare che cosa stava accadendo, per far capire al cittadino come mai le
banche smettevano di concedere prestiti, le piccole e medie imprese fallivano una dopo l'altra travolte
dall'effetto domino, e la disoccupazione cresceva giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Nel
frattempo la destra, il Partito Popolare, oltre a fare opposizione nel modo pi irresponsabile che si sia
mai visto all'interno di un paese democratico, silurava i timidi tentativi del governo di attuare politiche
che salvassero la situazione, dove per situazione non si intendeva l'ansia e l'abbandono crescente dei
cittadini ma la necessit, mai giustificata, di recuperare la fiducia dei mercati versando denaro
pubblico alle banche, che  come negli Stati Uniti  avevano le casse piene di titoli tossici.
Gli ultimi mesi di governo del PSOE sono apparsi a tutti una commedia che lentamente
sfumava in tragedia. Da un lato il governo tagliava gli stipendi, iniettava nuovo denaro pubblico nelle
banche, e dall'altro un personaggio come Cristbal Montoro, attuale ministro delle Finanze, non esitava
a dichiarare pubblicamente: Lasciamo che la Spagna cada, la faremo rialzare noi. Non si comportava
meglio Luis de Guindos, oggi ministro dell'Economia. Uomo di Lehman Brothers in Spagna e in
Portogallo, era perfettamente al corrente delle indagini compiute dalla Federal Reserve che accusavano
le agenzie di rating statunitensi di aver falsificato il bilancio della banca, poi fallita trascinando con s
tutto il sistema finanziario, ma non ha avvisato il governo spagnolo della portata dell'alluvione che
stava per arrivare.
Cos, mentre il governo socialista tagliava i servizi con l'eufemismo di necessari
adeguamenti o di obblighi imposti da Bruxelles ed erogava denaro alle banche, la disoccupazione
cresceva da due a tre milioni, a quattro, fino a raggiungere i quasi cinque milioni di disoccupati che ha
oggi la Spagna. Di nascosto, a tradimento,  stata cambiata la Costituzione per fissare parametri di
deficit impossibili da rispettare senza innescare oltre alla crisi economica una crisi sociale: la povert
ha iniziato a devastare la terra spagnola, una terra che ormai non valeva pi le cifre fissate dai periti
delle banche.
Durante le elezioni, la mancanza di una narrazione indispensabile per capire che cosa stava
accadendo ha portato gli spagnoli alla pi nefasta delle domande: vogliamo essere cittadini o
consumatori? E gran parte della societ ha scelto la seconda opzione e ha consegnato una schiacciante
maggioranza assoluta alla destra.
E il gatto? Ha smesso di acchiappare i topi? Per soddisfare la sua voracit  stata aperta una
nuova dispensa. La Spagna ha messo in vendita il proprio debito pubblico. Con i soldi ricevuti dal
governo, le banche, invece di mantenere le linee di credito che sarebbero state la salvezza di molte
piccole e medie imprese, o di rivedere i crediti ipotecari anzich passare brutalmente al pignoramento
delle propriet di chi non poteva continuare a pagare, hanno cominciato a comprare debito pubblico al
3, 4, 5% di interesse. La speculazione ha potuto contare sull'inestimabile aiuto dello Stato, sui soldi
pubblici. Come  stata colpita dalla crisi la finanza spagnola? Ha semplicemente smesso di guadagnare
tanto, ma non ha certo smesso di guadagnare.
La normativa economica dell'Unione europea affida agli stati membri il compito di garantire la
seriet e la solidit dei propri sistemi finanziari, dell'economia privata. Questa perversione del
capitalismo fa s che i guadagni vadano agli speculatori, ma quando ci sono problemi o rischi tocca allo
Stato, ai soldi pubblici, togliere le castagne dal fuoco.
Nel giro di pochi mesi dalla fine del governo socialista le casse del fisco si sono svuotate, ma il
gatto continuava ad aver fame di topi e allora  intervenuta la Banca centrale europea concedendo
prestiti all'1% di interesse, senza svolgere la minima indagine sul reale stato di salute delle banche
spagnole che li ricevevano. E il gatto ha continuato a ingrassare: con quel denaro ottenuto all'1% di
interesse, e con l'avallo dello Stato, le banche si sono messe a comprare altro debito pubblico spagnolo,
al 4, 5, 6, 7% di interesse. S, la Spagna continuava a essere il miglior paese d'Europa e del mondo per
guadagnare soldi a breve termine.
Nel paese degli eufemismi, il disgusto per la corruzione si chiama disaffezione alla politica.
Mentre il paese sprofondava nella palude della disoccupazione, i manager e i direttori delle banche e
delle casse di risparmio si preparavano alla pensione concedendosi buonuscite milionarie davanti alla
totale impassibilit di quella che viene erroneamente chiamata classe politica. Una classe, infatti,
difende i propri interessi, mentre la classe politica spagnola si  messa al servizio del mercato e difende
gli interessi degli speculatori. Del resto, se Roma non premia i traditori, si pu affermare che il mercato
premia chi gli ha dimostrato fedelt. Non a caso l'ex premier Jos Mara Aznar  consulente etico
dell'impero Murdoch e consulente esterno della multinazionale energetica Endesa, l'ex premier Felipe
Gonzlez  consigliere indipendente della Gas Natural Fenosa, e l'ex ministro socialista Elena Salgado
 stata ingaggiata di nuovo da Endesa come consigliera della filiale cilena Chilectra, protagonista in
Patagonia dei peggiori crimini ambientali. Straordinario questo gatto, non smette mai di acchiappare
topi.
In Spagna, al contrario di quello che accade ad altre latitudini, abbiamo il panico dell'alba,
perch ogni giorno ci porta nuove ombre, sempre pi cupe. Il governo del Partito Popolare, fedele a
Mariano Rajoy e cio a un funzionario del catasto, a un burocrate ottocentesco di quelli che usavano le
mezze maniche di velluto nero per proteggere l'immacolato candore delle loro camicie, grazie alla
maggioranza assoluta si  convertito in un emissario del mercato e ha accresciuto la precariet dei
cittadini, ormai ridotti a consumatori in disgrazia. Ogni mattina ci sveglia una nuova zampata del gatto
che insiste ad acchiappare topi, bench abbiano forma umana. Tagli all'istruzione, alla sanit, continui
licenziamenti e silenzio assoluto davanti ai nuovi scandali di corruzione, furto, truffa commessi da
istituti come Bankia, una banca che, dopo essersi presentata come il pi solido istituto finanziario, oggi
minaccia di far saltare in aria tutto il sistema.
Bankia nasce dalla fusione e dal conseguente snaturamento di un gruppo di casse di risparmio.
L'ansia di essere competitivi sul mercato cancella la funzione sociale delle antiche casse, i primi
risultati sono molto positivi, riempiono di speranze gli investitori, ma nel giro di pochissimo tempo
accade qualcosa di inesplicabile, la bolla si sgonfia e Bankia riceve un'iniezione di denaro pubblico da
23,5 miliardi di euro, pi di quanto lo Stato investa complessivamente nelle infrastrutture.
Suppongo che tutti ricordino l'immagine del banchiere che si getta nel vuoto durante il crac
economico del '29, ma in Spagna banchieri come Rodrigo Rato, ex ministro di Aznar, ex funzionario
del Fondo monetario internazionale ed ex candidato premier a cui Aznar ha preferito come successore
Mariano Rajoy, non si buttano certo da una finestra del paseo de la Castellana. Non con uno stipendio
da 2.184.000 euro l'anno.
Cos, qualsiasi tentativo di elaborare una narrazione su cosa diavolo  successo, cosa accidenti
succede e cosa accadr domani inizia e termina con l'invito alla corruzione, all'abbandono dell'etica,
pronunciato da Carlos Solchaga e sottoscritto da Felipe Gonzlez con la sua allusione al gatto dal
colore indefinito.
Karl Marx ha scritto che il capitalismo porta in s il germe della propria distruzione. Il filosofo
con la barba bianca pensava all'Inghilterra, ma se oggi fosse seduto al sole su una spiaggia di Marbella
con il gatto che acchiappa i topi acciambellato sulle ginocchia, forse scoprirebbe che il capitalismo
classico, basato sullo sfruttamento che genera plusvalore, lungi dall'autodistruggersi si  trasformato
nel volto invisibile del mercato, nel corpo inafferrabile del mercato, nella voracit inimmaginabile del
mercato. E forse con il suo iPhone chiamerebbe il collega Friedrich Engels. Insieme, in bermuda sotto
il sole di Marbella, scriverebbero: Uno spettro si aggira per il mondo.  lo spettro della societ in cui
vogliamo vivere, una societ possibile della quale desideriamo far parte.
Ma finch lo spettro non si mette in marcia, quel maledetto gatto continuer ad acchiappare
topi.4
26
Il Cile, paese della mia memoria
A volte, quando mi chiedono la nazionalit, prima di rispondere mi ricordo che sono cileno per
puro caso.  evidente che non scegliamo dove nascere, ma a me  toccato venire al mondo in un
piccolo albergo di Ovalle, l'Hotel Chile, diretto da una gentile famiglia jugoslava che non ha mai capito
bene come diavolo fosse finita in quella citt del Cile settentrionale.
Oggi la Jugoslavia  appena un nome sulla cartina sentimentale del Ventesimo secolo, l'albergo
non esiste pi e nel 1986 la dittatura mi ha tolto la nazionalit cilena. Ma ogni due anni faccio ritorno e
tutte le volte sento che quel lontano paese australe mi chiama, mi convoca a intime cerimonie di
commemorazione.  come se il paese mi dicesse: Tu e io sappiamo che tutto quello che ricordiamo 
esistito, anche se non sappiamo se tutto quello che ricordiamo esiste ancora, eppure sappiamo che
finch lo ricordiamo esister.
E sono strani gli incontri col mio paese. La sera del 27 febbraio 2010, per esempio, mentre mi
trovavo insieme alla mia famiglia in una casa di campagna vicino a Valparaso, qualcosa, non so cosa,
mi ha fatto uscire a guardare la notte senza nuvole, rischiarata da una luna piena che inondava le vallate
di una luce fredda e premonitrice. Mi sono seduto a osservare il cielo e a pensare all'apparente
indifferenza politica che avevo trovato in molti amici e conoscenti.
Pochi mesi prima la destra aveva vinto le elezioni presidenziali, dopo vent'anni di un governo
post dittatoriale il cui discorso non si era differenziato granch dal messaggio politico di quest'ultimo
vincitore, e i miei amici e conoscenti confessavano di aver votato alla cilena, cio per il male minore.
In tutta la storia del Cile, io e i miei amici siamo stati una sola volta a favore di qualcosa, perch
abbiamo avuto un leader che si chiamava Salvador Allende, e nel 1970 lo abbiamo eletto presidente. 
stato bello essere a favore, mettersi in gioco per qualcosa, abbandonare l'ormai classica posizione di
chi  contro. E siamo stati mille giorni a favore di quello che veniva fatto per trasformare il paese. Poi 
arrivata la dittatura, per sedici anni siamo stati contro, e siamo rimasti contro anche durante i primi
vent'anni di una democrazia retta dalla legalit lasciata dalla dittatura. Per trentasei anni siamo stati un
paese gattopardesco, perch nonostante i continui annunci di cambiamento tutto restava sempre uguale.
La luna era ancora enorme, la sua luminosit era talmente intensa da coprire le migliaia di stelle
che impreziosiscono la notte australe, e allora ho pensato agli scopi di quel viaggio: riposarmi insieme
a mia moglie, ai miei figli, alla mia nipotina Camila, e presentare in una cerimonia solenne la Nueva
gramtica de la lengua espaola appena pubblicata dalla Real Academia de la Lengua. Pensavo di
incentrare il mio discorso su una parola, non sapevo quale, ma confidavo nel fatto che all'ultimo
minuto, come sempre, qualche parola sarebbe venuta a salvarmi.
Alle tre e mezzo di notte ho visto che mia moglie accendeva la luce in camera e l'ho invitata a
bere un bicchiere di vino in terrazza, guardando la luna piena. Le  sembrata un'idea stupenda, ma ha
detto che faceva freddo e allora mi sono accorto che era vero, faceva insolitamente freddo per una notte
di febbraio, e poi, ha aggiunto mia moglie, era una notte troppo silenziosa, i cani non abbaiavano e
nessun uccello notturno tradiva la propria presenza. Quel silenzio lunare lasciava presagire qualcosa.
Quanto tempo ci vuole per stappare una bottiglia di vino e riempire due bicchieri? Nei miei
romanzi sono molto attento ai tempi che i personaggi impiegano per andare da un posto all'altro o per
fare qualcosa e quella notte ho imparato che ci vogliono poco pi di quattro minuti per tutta
l'operazione, perch alle 3 e 34 minuti e 14 secondi di quella notte la terra ha cominciato a tremare con
una violenza inusitata e il terremoto di 8,8 gradi della scala Richter si  prolungato per tre minuti e
mezzo infernali.
Abbracciati, nel punto pi sicuro della casa, abbiamo cercato di mantenere l'equilibrio mentre
la terra si squassava con odio, decisa a rispettare l'abitudine della natura cilena di distruggere tutto,
come se in quella parte del mondo qualunque cosa sia stata innalzata da mani umane dovesse
scomparire ogni dieci o quindici anni, obbligando gli abitanti a ricominciare da capo.
Un poeta cileno, Fernando Alegra, ha scritto: ... quando Dio ci ignora, / quando in piedi a
mezzanotte ci sconquassa un terremoto, / quando il mare ci saccheggia la casa e si nasconde nei
boschi, / quando il Cile non sa pi quale sia la sua cartina... / io dico con fermezza: viva il Cile,
cazzo!
Ecco cosa abbiamo fatto mentre la casa crollava, dai monti vicini rotolavano massi che
abbattevano gli alberi al loro passaggio, il terreno si apriva in fenditure profonde e un rumore
indescrivibile che sfuggiva alle pi segrete profondit del pianeta ci gridava: cileni, andatevene via da
qui!
Ma  proprio in situazioni come questa che negli uomini e nelle donne del Cile affiora qualcosa
che io conservo come un tesoro nella mia memoria: l'io individuale scompare e si impone la
preoccupazione collettiva, il formidabile noi che ci trasforma. Mentre la terra continuava a tremare
nelle migliaia di repliche del terremoto, sono arrivati i primi vicini a domandare se stavamo tutti bene,
se per caso c'erano feriti, se avevamo bisogno di qualcosa, e in pochi minuti quello che pi ammiro
nella mia gente, la sua capacit di affrontare le sventure, si  manifestato sotto forma di una prima
organizzazione elementare: non c'era elettricit n gas, ma alcune persone hanno acceso alla meglio un
fuoco, altre hanno scaldato l'acqua, altre ancora si sono azzardate a entrare nelle case distrutte per
prendere un po' di caff, di t, di pane e una bottiglia di whisky che era sopravvissuta intatta.
Intorno al fuoco, sopportavamo le repliche di grado 5 o 6 della scala Richter, commentavamo
che era stata una bellissima notte con quella luna piena che adesso si era nascosta, e ci domandavamo
se il violento cataclisma fosse ormai passato o se quel primo forte terremoto fosse stato solo la prova
generale della distruzione completa che poteva sopraggiungere da l a un istante. Avevamo paura, 
vero, ma si sentiva anche la presenza di un'altra caratteristica della mia gente, il senso dell'umorismo
che ci rende forti in qualunque disgrazia. Un vicino, guardando i resti della sua casa, ha detto che il
giorno prima aveva comprato la vernice per tinteggiare ma il terremoto gli risparmiava quella
seccatura.
Grazie alla radio dell'automobile abbiamo scoperto che il sisma aveva colpito gran parte del
Cile meridionale e quando alle prime luci dell'alba abbiamo intrapreso il ritorno a Santiago, ne
abbiamo visto le tracce: ponti contorti, tralicci dell'alta tensione caduti, la strada interrotta ogni tot
chilometri da fenditure o frane, ma la presenza di volontari che indicavano la strada pi sicura per
proseguire mi strappava sempre al paese reale e mi riportava nel paese dei miei ricordi. Passavamo
attraverso villaggi mezzo crollati, chiese e scuole in rovina, e ogni volta vedevamo volontari che
salvavano mobili, i pochi beni dei poveri, in uno sforzo di solidariet che  quasi genetico nei cileni, o
meglio nei cileni che conservo nella mia memoria.
Arrivati a Santiago, abbiamo saputo che l'epicentro del sisma aveva distrutto la citt di
Concepcin, la citt universitaria per eccellenza del Cile meridionale, e che una serie di maremoti
aveva stroncato pi di cinquanta vite sulla costa. Alla guida dell'auto c'era mio figlio Len, un ragazzo
che  nato ad Amburgo e ha radici culturali tedesche. Vedevo il suo volto compunto davanti a quel
panorama desolante, quando all'improvviso ha domandato: E ora cosa faranno i cileni? Mi sono
sorpreso a rispondere come uno dei tanti cileni che conservo nella memoria: supereranno tutto,
ricostruiranno quello che  franato, siamo cileni, siamo la gente pi tenace, caparbia, cocciuta del
mondo.
Nella mia memoria c' il paese che ho lasciato un giorno del 1977. Contro la mia volont, ho
abbandonato il Cile e sono andato in esilio, molti dei miei amici e compagni erano morti, altri erano
desaparecidos o prigionieri nei campi di concentramento della dittatura, ma prima di salire sull'aereo
ho capito che portavo in me una cultura forte, nata dalla resistenza dei mapuche e dall'ostinazione degli
emigranti arrivati principalmente dall'Europa, in fuga dalla povert dell'Ottocento e del Novecento. Il
Cile, senza nessun autoritarismo, mi ha formato a una cultura della solidariet.
Durante la mia adolescenza e giovinezza, le vacanze non erano semplicemente riposo; erano
campi di lavoro volontario a cui andavamo cantando vecchie canzoni di lotta, per costruire scuole, case,
ospedali, parchi giochi distrutti da altri terremoti e catastrofi naturali.
Nel paese della mia memoria nessuno  mai rimasto solo davanti alla disgrazia. Ricordo che nel
quartiere della mia infanzia una volta manc un vicino molto povero e la famiglia non aveva i soldi per
un funerale dignitoso. Immediatamente si manifest la magia dell'aiuto reciproco, ereditato dai
formidabili anarchici che hanno reso il Cile l'unico luogo dotato di una cultura proletaria in tutto il
continente americano, cosa assai rara in mezzo a paesi popolati da cacicchi arroganti e popoli
intimoriti. Nel giro di qualche ora si cre un comitato di solidariet con dei coordinatori eletti tramite
un voto democratico, perch la democrazia era la nostra passione, e tutti, ragazzi e adulti, andammo di
casa in casa a raccogliere soldi, a organizzare il funerale; qualche vicina si offr di cucinare per la
veglia, un uomo disse che avrebbe dato il vino e l'acquavite per chi veniva a porgere l'ultimo saluto,
altri andarono a comprare la bara e a noleggiare il carro funebre per il cimitero, mentre altri ancora si
occupavano degli aspetti burocratici che avrebbero permesso al morto di riposare sotto l'agreste terra
cilena.
Torna alla mia memoria anche la notte spaventosa in cui scoppi un incendio davanti alla casa
dei miei nonni. Bruciarono tre abitazioni e un ufficio postale, malgrado gli sforzi dei pompieri, che in
Cile sono dei volontari. I pompieri cileni non ricevono uno stipendio, al contrario, sono loro a pagare
per fare i pompieri. Ogni colonia di emigranti ha dimostrato la sua gratitudine per la possibilit di
vivere in Cile creando un corpo di pompieri. Cos i francesi e i loro discendenti hanno fondato la
Quarta Compagnia, la Pompieri Francia, e gli italiani la Pompieri Italia. I pompieri cileni, i cavalieri del
fuoco, parlano tutte le vecchie lingue dell'Europa e anche la dolce lingua levantina dei libanesi e dei
palestinesi.
Le macerie delle case e dell'ufficio postale fumavano ancora e gi i senzatetto erano stati
accolti dai vicini, che li consolavano e assistevano. Mio nonno recuper i pochi mobili e i sacchi di
corrispondenza delle Poste incendiate e il giorno dopo c'era un ufficio provvisorio operativo in salotto,
come se fosse la cosa pi normale del mondo.
Durante la mia vita da esule, a Quito, Managua, Amburgo, Maputo, Luanda, Laufenburg e
Parigi, ho sempre pensato che quella cultura della solidariet fosse morta, che fosse stata l'ennesima
vittima della dittatura e dei suoi continuatori neoliberisti. Ma nel 2010 l'ho rincontrata, altrettanto forte,
limpida e resistente come l'avevo conosciuta nella mia infanzia e giovinezza. Altrettanto viva, come
sempre  stata nella mia memoria.
Anche stavolta gli studenti hanno interrotto volontariamente le vacanze estive e si sono
impegnati nella raccolta di indumenti, viveri, mobili, che hanno portato nei centri di smistamento, da
dove altri volontari li hanno fatti arrivare alla gente pi colpita.
Il poeta Fernando Alegra scriveva ancora: E poich di isola in isola, / dal mare alla
Cordigliera, da una solitudine all'altra, / come da una stella all'altra, / ci riecheggia nelle orecchie la
sentenza della terra, / io dico con fermezza: viva il Cile, cazzo! La fermezza della mia gente per non
 distruttiva, fa s che la vita continui, vada avanti.
Una settimana dopo il terremoto, quando il mese di marzo annunciava ormai l'arrivo
dell'autunno, mi sono ritrovato fermo per un incidente sulla Panamericana, su quella Ruta 5 che copre
pi di quattromila chilometri collegando Arica, nell'estremo nord, con Quelln, alle soglie della
Patagonia. Si era rovesciato un camion di mattoni e mi sono avvicinato a un carabinero, un poliziotto
cileno, per domandargli se avrebbero impiegato molto tempo a rimuovere il veicolo. Mi ha risposto:
Sono mattoni per il Sud, dia una mano.
Nel giro di pochi minuti noi automobilisti eravamo diventati una brigata volontaria che
sgomberava i mattoni e li impilava sul ciglio della strada per poi caricarli su un altro camion. Mentre
lavoravo ho capito che, pi che spostare mattoni per le vittime del terremoto, stavo risistemando le
pietre che mi tengono in piedi come uomo e come scrittore, stavo trasportando le mie stesse
fondamenta, ed erano solide, forti come le avevo sentite quella mattina del 1977 in cui ero partito per
l'esilio.
Sono cileno? Il Cile  il mio paese? Il mio passaporto dice che sono cittadino tedesco e
curiosamente non ricordo alcun incubo in tedesco, in quella lingua ho avuto soltanto sogni sereni o
felici. A volte tutto quello che vedo mentre viaggio per il Cile  e l'ho attraversato dalla frontiera con il
Per fino ai confini antartici  mi invita ad andarmene, a tornare in Europa, in Spagna, nella mia
tranquilla casa di Gijn. Un anno fa, per esempio, mentre mi trovavo a Quelln, all'estremo sud
dell'isola di Chilo, guardando l'imponente sagoma di un vecchio amico, il vulcano Corcovado, che
annuncia la presenza della Patagonia, mi si  avvicinata all'improvviso una donna bassina, scura, dagli
splendenti occhi neri, e con l'inconfondibile cadenza, lenta e canterina, della gente di Chilo mi ha
domandato: Compagno, sei tu lo scrittore?
La donna aveva una lattina riciclata come cassetta delle offerte. Ho voluto sapere perch
raccoglieva soldi.
Erano, ha risposto col suo accento del Sud, per le compagne che da pi di quindici giorni
portavano avanti uno sciopero della fame. Prima di mettervi qualche moneta ho domandato chi erano
queste donne e i motivi dello sciopero della fame.
La gente del Sud del Cile, la mia gente, parla lentamente perch, come dicono loro stessi, hanno
tempo. Cos la donna mi ha spiegato che c'era un gruppo di mogli o semplicemente compagne di
pescatori che facevano uno sciopero della fame perch si smettesse di ammazzare il loro mare. L'ho
accompagnata alla sede del sindacato dei pescatori di Quelln, una casa di legno, come tutte sull'isola,
e nella piccola sala riunioni ho trovato venti donne sdraiate su materassini e poncho. Erano pallide, a
tratti bevevano un goccio d'acqua, alcune lavoravano a maglia, altre leggevano, altre ancora
guardavano semplicemente l'oceano fuori dalla finestra. Mi hanno spiegato che stavano ammazzando il
loro mare.
Agli inizi degli anni Novanta il Cile si  trasformato in un grandissimo esportatore di salmone, e
per produrlo in impianti galleggianti con pochissimo personale il governo cileno ha concesso alle
aziende la possibilit di installarli dove volevano, di solito su fiordi o baie con isole davanti a riparo
dalla furia del Pacifico. Non solo, ha concesso loro anche una licenza di pesca gratuita e a tempo
indeterminato per procurarsi il cibo che ingrassa i salmoni. Un chilo di carne di salmone prodotta in un
impianto ha bisogno di otto chili di carne di altri pesci trasformata in mangime, pi un altro chilo di
sostanze aggressive come vitamine, antibiotici e il colorante artificiale che d alla polpa il suo
appetitoso colore aranciato.
Quelln ha sempre avuto un'esistenza travagliata. Il nome viene dalla voce mapuche kelln, che
significa luogo di aiuto, ed  stato per secoli il porto dove trovavano soccorso le imbarcazioni che,
dopo aver sopportato le tempeste di Capo Horn o dello Stretto di Magellano, cercavano assistenza
presso gli isolani. In seguito, nel Settecento e nell'Ottocento,  stato sede di una grande distilleria che
ricavava alcol dal legno, finch i boschi non si sono esauriti. Prima dell'arrivo degli allevamenti di
salmone e delle loro flotte di pescherecci, Quelln aveva una popolazione che non superava i
dodicimila abitanti, ma gli allevamenti hanno illuso molta gente con promesse di lavoro impossibili da
mantenere e la popolazione  raddoppiata. Hanno fatto la loro comparsa i bordelli e la criminalit, e la
vita tranquilla dei pescatori e dei raccoglitori dei migliori frutti di mare del mondo si  rapidamente
deteriorata. E ad accrescere questo deterioramento,  arrivato per i pescatori del luogo il divieto di
gettare le reti nelle acque di sempre, fra i canali dell'arcipelago delle Guaitecas, perch tutta la
ricchezza ittica della regione era ormai destinata, gratis, agli allevamenti di salmone. E come se questo
non bastasse, gli allevamenti non si sono preoccupati di adottare alcuna misura di controllo ambientale
e cos i salmoni crescendo rilasciano attraverso le feci tonnellate di antibiotici, ormoni, coloranti e altri
residui chimici che uccidono i fondali, un tempo ricchi di alghe e frutti di mare.
Quelle donne mi hanno spiegato che le acque si erano esaurite e che gli allevamenti di salmone
cominciavano a ritirarsi con i loro giganteschi impianti galleggianti e le flotte di pescherecci verso altre
baie fra i canali e verso la Patagonia continentale. Cos stavano chiedendo un indennizzo per i danni
inflitti al mare, al loro modo di vivere, alla loro unica possibilit di sussistenza. Quando mi sono
congedato augurando buona fortuna, quelle donne mi hanno pregato di non dimenticarle una volta che
avessi preso la penna in mano. L'ho fatto, ho seguito lo sciopero della fame da lontano e so che hanno
perso, non hanno ottenuto nulla, perch gli allevamenti di salmone hanno sostenuto che non potevano
rispettare le leggi di protezione ambientale, se queste leggi non esistevano. Sono cileno? Cosa pu
legarmi a un paese cos odiosamente ingiusto?
Con grande cinismo, gli allevamenti di salmone hanno affermato che negli ultimi anni avevano
subito forti perdite, e non a torto: il 21 aprile 2007 c'era stato un altro forte terremoto in Patagonia, un
sisma di grado 6,1 della scala Richter, che aveva provocato uno tsunami dentro il fiordo di Aysn.
Onde alte oltre sei metri avevano percorso i settanta chilometri del fiordo distruggendo al loro
passaggio centinaia di impianti galleggianti nei quali venivano allevati non solo salmoni ma anche
storioni, una delle specie pi voraci. Una volta liberi, salmoni e storioni hanno provocato una violenta
alterazione dell'ecosistema marino, divorando tutto quello che incontravano al loro passaggio, ed 
inutile aggiungere che nessun allevamento si  assunto la responsabilit del disastro. Hanno installato i
loro impianti galleggianti senza ascoltare le ragioni di chi glielo sconsigliava, malgrado tutti i rapporti
sulla fragilit ambientale della regione e ben sapendo che all'entrata del fiordo si stava formando un
vulcano.
Sono cileno? Che cosa pu legarmi a un paese governato da miserabili che hanno ridotto la
politica a un affare lucroso, ma a spese dei pi umili? A spese della mia gente.
Queste domande tornano spesso e me le sono fatte anche nel 2003, quando un gruppo di amici
patagoni, abitanti di Coyhaique, mi ha invitato a dargli una mano per impedire un altro attentato
all'ambiente. Coyhaique viene dalle parole tehuelche koi e ike che significano posto dove si vive, e
nei dintorni di quel posto di vita, grazie alla complicit del governo cileno, un'azienda chiamata
Noranda, con domiciliazione postale in Canada ma sede fiscale nelle isole Cayman, progettava la
costruzione di tre gigantesche dighe capaci di produrre energia in quantit diecimila volte superiore a
quella necessaria all'intera regione.
Le valutazioni di impatto ambientale sono state tutte respinte e sostituite da un rapporto di
compatibilit stilato dall'azienda stessa. Tutta quell'energia era destinata a un porto ancora da costruire
nel fiordo di Aysn, e a quel porto sarebbero giunte navi cariche di bauxite, arsenico, mercurio e altri
metalli pesanti altamente tossici, che avrebbero rifornito di materia prima una fabbrica di alluminio,
anche quella da costruire nel fiordo.
Molte universit cilene, statunitensi, europee, insieme a organizzazioni ecologiste, hanno
avvertito il governo dell'enorme pericolo che comportava aprire una fabbrica di alluminio, l'industria
pi inquinante del pianeta, in un contesto delicatissimo. Naturalmente il governo ha sottovalutato tutti
gli studi di impatto ambientale, i cileni hanno voluto sapere che cosa stava succedendo in Patagonia e
un ministro ha avuto la pessima idea di domandare a cosa serviva conservare un posto cos bello e
incontaminato come quello se non ci viveva nessuno.
E i nessuno si sono ribellati. Ho parlato con i difensori della fauna e della flora patagonica e mi
hanno spiegato nei dettagli un progetto di vita possibile e sostenibile. E in mezzo a loro ho sentito che
tornavo nel paese della mia memoria. Ho parlato con allevatori i cui campi sarebbero stati sommersi
dalle dighe e mangiando un meraviglioso asado di carne biologica, di carne sana, mi hanno raccontato i
loro progetti di allevamento sostenibile e altamente redditizio, e in mezzo a loro ho sentito che tornavo
nel paese della mia memoria. Ho parlato con pescatori che mi hanno portato a vedere i luoghi dove
deponevano le uova tante specie ittiche che poi avrebbero popolato il Pacifico, mi hanno indicato i
luoghi di accoppiamento delle balene e hanno manifestato la loro volont di lottare contro il progetto
criminale della fabbrica di alluminio. E in mezzo a loro ho sentito che tornavo nel paese della mia
memoria. Ho parlato con professori, studenti, antropologi, operai, artigiani tessili che mi hanno
definitivamente contagiato con la loro voglia di combattere. E in mezzo a loro mi sono sentito cileno,
di nuovo nel paese della mia memoria.
L'unica cosa che chiedevamo era una seria valutazione di impatto ambientale, realizzata da
qualche universit o organizzazione indipendente e, anche se si stenta a crederlo, abbiamo vinto:
Coyhaique  ancora un posto dove si vive e in quel posto mi sento felicemente cileno, un abitante del
paese della mia memoria.
Sono cileno? Vedendo l'insistenza con cui le multinazionali vogliono costruire dighe,
usurpando la sacra terra dei mapuche con la piena complicit dei governi cileni, mi sento sempre pi
lontano da un Cile pretenzioso e prepotente di cui non voglio far parte. Ogni volta che vedo applicare
nei confronti del popolo mapuche una legislazione antiterrorismo come unica risposta alle giuste
richieste di restituzione di un territorio usurpato, provo vergogna davanti all'evenienza di essere cileno.
Ogni volta che osservo fotografie o ricevo messaggi nei quali mi dicono i nomi di bambini mapuche
feriti da pallottole di latifondisti armati con il pieno consenso dell'autorit, mi fa schifo essere cileno.
Ma allo stesso tempo sento che la resistenza mapuche  anche la mia resistenza. E come 
successo pochi giorni dopo il terremoto del 2010, con la terra che ancora tremava in violente scosse,
quando il gruppo musicale degli Inti Illimani ha organizzato in fretta e furia un concerto a sostegno
della comunit mapuche di Tirua raccogliendo una partecipazione di massa, mi sento cileno fino al
midollo, per sempre in salvo nel paese della mia memoria.
Sono nato in Cile, in un albergo chiamato Hotel Chile che non esiste pi, come non esiste un
documento che dica che sono cileno, perch fino a oggi a nessun governo  venuto in mente di
restituirmi la nazionalit senza che io la richieda, senza che io la implori. Il mio rapporto col Cile 
senza dubbio contraddittorio.
Che cosa potrebbe legarmi al Cile? La sua storia? Ci sono parti della storia cilena che faccio
mie e ammiro. Per esempio la resistenza del popolo mapuche, che dopo aver sconfitto l'impero inca ha
sconfitto l'impero spagnolo, obbligando i conquistatori a firmare un trattato di pace che entrambe le
parti hanno rispettato per quasi trecento anni e che tracciava un confine netto tra la nazione mapuche e
il Cile conquistato. Ma non posso che rifiutare la storia dello sterminio dei mapuche e delle altre etnie
che c' stata con l'Indipendenza.
Ammiro l'organizzazione dei minatori del deserto di Atacama, che negli impianti di estrazione
del salnitro hanno fondato il movimento operaio pi forte del continente americano. Ma rifiuto la storia
dei massacri operai con cui i governi cileni hanno sempre risposto alle rivendicazioni dei lavoratori.
Ammiro la capacit di nutrire speranze, di credere che fosse possibile vivere in un paese giusto, che ci
ha unito fino all'11 settembre 1973 sotto la guida di Salvador Allende. Ma provo orrore per la guerra di
sterminio, tortura e desapariciones che abbiamo subito sotto la dittatura. Ammiro e mantengo vivo il
ricordo dei giovani combattenti del Frente Patritico Manuel Rodrguez, che non hanno concesso un
solo giorno di pace al dittatore, che sono morti sacrificando le loro giovani vite, le loro inestimabili
vite, perch la dittatura finisse, e che hanno obbligato il dittatore a un'uscita negoziata, indegna, vile,
tremenda ma pacifica. E rifiuto fino alla nausea quelli che, una volta al governo, da pseudo posizioni di
centrosinistra, il peggior eufemismo per non dire corruzione, ci hanno negato e ci negano un pieno
ritorno alla democrazia, all'uguaglianza di doveri e diritti.
Pensando al nome del Cile, il poeta Fernando Alegra scriveva: ... chi lo grida non avr pace, /
cadr ma poi andr avanti.
 vero. Non ho pace ogni volta che dico Cile, perch come per tutte le parole il suo peso
specifico  legato a chi lo dice. Cile non ha lo stesso peso sulla bocca di un imprenditore che esige pi
flessibilit lavorativa in nome del mercato e sulla bocca degli studenti che chiedono un'istruzione
pubblica e laica, una nuova Costituzione che garantisca il loro futuro di cittadini.
Credo di essere assolutamente cileno in mezzo ai miei, in mezzo alla mia gente, in mezzo ai
trentatr minatori del deserto di Atacama che non hanno perso il senso dell'umorismo nemmeno
quando sono rimasti sepolti, per settanta giorni, sotto tonnellate di roccia a pi di settecento metri di
profondit. Sono cileno la sera a Isla Negra davanti alla casa di Neruda. Sono cileno mentre navigo nei
canali australi e i pescatori mi invitano a bere il loro vino robusto. Sono cileno in Patagonia quando
apro uno striscione che dice Patagonia senza dighe. Sono cileno nei social forum, in mezzo ai
giovani che credono fermamente che un altro Cile sia possibile. Sono assolutamente cileno in mezzo ai
miei, ai sopravvissuti, a chi  stato accanto ad Allende e malgrado il prezzo che ha pagato lo rifarebbe.
Sono un cileno privo di documenti che lo accreditino come tale, ma non importa, ovunque mi
trovi mi basta guardare verso sud per sentire sulla faccia l'aria australe, che nella mia memoria ostinata
profuma sempre di solidariet, di fratellanza e della volont di costruire un paese migliore.
27
L'asado  compito del vecchio
Ho sei figli, cinque maschi e una femmina, tutti adulti, che mi hanno reso nonno cinque volte, e
quando riesco a radunare la famiglia intorno a un tavolo, mi piace farmi chiamare vecchio.
Che vino apro, vecchio? mi domanda il maggiore, Carlos, che  nato in Cile e da piccolo 
finito insieme alla madre, scampata all'inferno di Villa Grimaldi, nella non-patria dell'esilio. Aveva
appena nove anni, il ricordo di un padre prima in carcere e poi in paesi dai nomi strani, un fascio di
lettere e un'immaginetta del capitano Ian Solo a proteggerlo.
Non ero al suo fianco quando la madre fu trascinata via da casa a forza, con un cappuccio nero
in testa, e non l'ho nemmeno accompagnato, tenendolo per mano, all'aereo con sigle scandinave che lo
ha allontanato per sempre dal Cile. Ma non mi ha mai rinfacciato questa mancanza, e quando nove anni
fa mi ha messo tra le braccia il piccolo Daniel, il mio primo nipote, con il suo Ti voglio bene,
vecchio mi ha detto che fra noi era tutto a posto.
Apri il vino migliore, Carlitos gli rispondo.
Mentre il resto dei figli, nipotini, nipotine, nuore e generi si affannano ad apparecchiare o a
preparare l'insalata e i dessert, io sorrido accanto alla griglia, perch l'asado  compito del vecchio, e
mi intenerisco pensando che vengono davvero da lontano: chi dalla Svezia, chi dalla Germania, la figlia
dall'Ecuador. Mi divertono le loro consultazioni culinarie in svedese e spagnolo, in tedesco e spagnolo,
in inglese e spagnolo, e il fumo del grasso che cola sulla brace profuma del miglior cosmopolitismo,
del miglior modo di essere, e allora penso al mio di vecchio, a quanto gli sarebbe piaciuto essere qui.
All'improvviso sento che il mio vecchio  qui, con me, perch  accanto a lui che ho imparato
l'alchimia dell'asado nel cortile luminoso e lontano di una casa di Santiago che ormai esiste solo nella
mia memoria.
Mi piaceva vederlo accendere il fuoco, io e lui nel cortile con la radio accesa, ascoltando la
trasmissione in diretta dall'ippodromo Chile. Tante volte mi domando se sono stato un buon padre e la
risposta  che non lo so. Immagino che il mio vecchio si sar fatto la stessa domanda, ma io so che lui 
stato un buon padre, a modo suo, anche se per molti della mia famiglia era il modo peggiore. Non
ricordo che abbia avuto un solo scatto di autoritarismo, semmai il contrario, perch era timido e
chiedeva quasi il permesso prima di tirar fuori quello che aveva da dire.
A volte il mio vecchio aspettava che mia madre, un monumento alla pazienza, mio fratello e io
finissimo il dessert e poi diceva: Ho lasciato una persona ad aspettare sulla porta, un bravo ragazzo,
un po' malconcio,  di questo che volevo parlarvi.
Poi andava alla porta e tornava insieme a un tipo dall'aria robusta a cui avevano cambiato i
connotati a forza di cazzotti. Lo presentava come il Lupo di San Pablo, un pugile in disgrazia dei tanti
che frequentavano il Mxico Boxing Club di calle San Pablo, e cos venivamo a sapere che quell'uomo
incarnava tutte le speranze possibili, perch aveva la stoffa del campione, e che il mio vecchio era il
suo nuovo manager. Ebbe vari pupilli, di categorie diverse: nessuno divent mai un campione. In
quello assomiglio al mio vecchio; ho perso anch'io tutti i combattimenti.
Ma  salito sul ring,  questo l'importante ribatteva il mio vecchio quando mia madre gli
ricordava l'ultimo fallimento. Ed  proprio cos, vecchio, anch'io sono salito sul ring,  questo
l'importante.
Vecchio, metto qualche goccia di limone sull'avocado? domanda mio figlio Len, che  nato
ad Amburgo ed  venuto a perfezionare il suo spagnolo all'Universit di Oviedo solo per affetto verso
di me, il suo vecchio. So che mi vuole bene e so che ho mancato nei suoi confronti, perch gli ho
rubato ore d'infanzia, ore sacre in cui avremmo dovuto costruire aquiloni o tifare insieme per la
squadra del Sankt Pauli nello stadio del quartiere. Perch diavolo facevo il corrispondente in Angola,
Mozambico, Capo Verde, El Salvador, se quello che pi desideravo era stare con lui, col suo gemello
Max e con Sebastin, i miei tre figli di Amburgo?
A volte anche il mio vecchio se ne andava. Ora so che soffriva di depressione, che tutti i sogni
infranti gli crollavano addosso e allora si isolava dal mondo nell'angolino della radio, con la testa
piegata come il cagnetto della RCA Victor, e ascoltava i suoi tanghi che lo portavano nell'inferno di
una nostalgia atroce e inutile, oppure le trasmissioni in spagnolo di Radio Nederland che forse lo
facevano sentire protagonista di viaggi mai fatti.
Che hai, vecchio? gli ho chiesto tante volte, e la sua risposta era una carezza e poi: Niente,
figliolo, sono triste, tutto qua, ma non ho niente.
Che profumino esclama mia figlia Paulina e mi abbraccia appoggiando la testa sul mio petto
e io so che il suo affetto si rafforza quando i battiti del mio cuore mi accusano, perch ho mancato
anche nei suoi confronti e invece di essere dove avrei voluto, nel parco giochi di Iaquito, ha prevalso
la voglia di salire sul ring in Nicaragua.
Una volta, quando mia figlia era ormai adulta, le ho raccontato che in mezzo alle sparatorie certi
baciavano l'immaginetta di un santo, io invece baciavo una fotografia in bianco e nero che la ritraeva
sorridente, fra le mie braccia, e giuravo a me stesso che se ne fossi uscito vivo avremmo recuperato
tutto il tempo che le stavo rubando.
La certezza peggiore  quella che ci mostra l'irrimediabile.
So che i miei figli hanno sofferto la mia assenza all'uscita da scuola, quando pioveva e i
genitori dei loro compagni aspettavano fuori con gli ombrelli aperti, la macchina ben riscaldata, una
merendina in mano. Io soffrivo l'assenza del mio vecchio quando lui, dopo averlo timidamente
annunciato, se ne andava seguendo la sua vocazione di commerciante condannato al fallimento. Per
mesi non arrivavano lettere e allora capivamo che l'allevamento di bovini in Patagonia era andato in
malora, che la scuderia di cavalli purosangue si era incendiata, che il ristorante gliel'avevano portato
via i soci, che se si fosse messo a far cappelli sarebbe nata gente senza testa. Ma quando tornava,
sempre senza il minimo preavviso, tranne i sospiri di mia madre, raccontava i suoi fallimenti come se
fossero le barzellette pi divertenti e tagliando fette di salame esclamava: E pensare che questo
cavallo cos saporito era destinato a vincere il derby del Kentucky.
Allora io gli volevo un bene matto, dimenticavo le sue assenze e scoprivo che nessuno dei miei
amici aveva un vecchio fantastico come il mio.
E se ne assaggiassimo un pezzettino? dice mia figlia, e io taglio una piccola striscia di carne
dorata che lei si porta alla bocca sospirando. Si avvicina anche mia nipote Camila, il terrore delle
librerie di Quito perch protesta se i miei libri non sono esposti in grande evidenza, e so che presto avr
accanto a me Valentina, l'ultima nata.
Anche mia madre, che di recente ci ha lasciato, si avvicinava al mio vecchio quando lui
annunciava che a breve avrebbe portato l'asado in tavola. Io lo guardavo tagliare una striscia di carne e
offrirla alla moglie, a quella donna che sopportava le sue assenze e gli alti e bassi, pi bassi che alti,
della sua passione commerciale, o i suoi fallimenti di proprietario di cavalli da corsa talmente brocchi
che gli davano le chiavi per chiudere l'ippodromo. Quella donna era la sua forza. L'ho scoperto tardi e
credo che nessuno dei due l'abbia capito in tempo. Mia madre era tenacia e stabilit, e teneva
saldamente le redini della casa. Mio padre era un pugno di sogni belli che rendevano meno triste la vita.
Sono stato un buon padre o semplicemente un padre senza aggettivi? Non lo so. E mentre Max
si avvicina e mi dice che il computer funziona veloce e senza impallarsi, perch Max  il genio della
famiglia in questo campo e dopo ogni sua visita tutte le apparecchiature elettroniche funzionano meglio
che appena comprate, penso che grazie a lui e ai suoi fratelli ho imparato la cosa pi difficile della
lingua tedesca: la capacit di prodigare tenerezza e di creare complicit amorose. Rientrando da ogni
viaggio in Africa, prima di tornare nella nostra casa di Amburgo mi fermavo una notte in un albergo di
Francoforte per ripulirmi, per togliermi di dosso tutto l'odore di morte, corruzione, menzogna, crollo
dei miti che si  sempre attaccato alla pelle dei corrispondenti di guerra come fosse un tatuaggio del
territorio comanche. Solo allora mi azzardavo ad aprire la porta della nostra casa, a baciare mia
moglie e abbracciare i miei figli. Nell'albergo di Francoforte restavano anche lo spagnolo e il
portoghese, e il tedesco era una fonte di tenerezza reciproca che ci teneva al sicuro, perch negli anni
Ottanta arrivavano a casa compagni col volto compunto che seduti in cucina dicevano: Hanno
ammazzato Roberto, l'hanno sgozzato; i miei figli, in salvo dall'orrore, intuivano la mia tristezza e mi
chiedevano di raccontare una nuova avventura del pirata dell'Elba o del gran capo Culo Rosso, un
cacicco Sioux che eliminava i nemici a peti.
Prima che tolga la carne dalla griglia si avvicina Jorge con la sua macchina fotografica, fin da
piccolo voleva fare il fotografo e ci sta riuscendo. Non sono il padre biologico di Jorge, ma i suoi
fratelli lo hanno sempre fatto sentire parte della squadra, con gli stessi diritti e gli stessi doveri.
Vecchio, mettiti pi vicino cos si vede anche il fumo mi ordina, e io gli chiedo se crede di
essere Daniel Mordzinski o Cartier-Bresson, ma poso per lui con la mia migliore faccia da addetto alla
griglia.
Il mio vecchio tornava dai suoi viaggi reali o autistici e arrivava il momento di ascoltare i suoi
ingenui racconti dell'orrore. Mio fratello e io ci sedevamo al suo fianco e lui cominciava a narrare
storie che non so se aveva letto da qualche parte, ma che ogni volta avevano per protagonista lo stesso
personaggio, il Sudario, una specie di zombie che veniva sempre ingannato dai mortali.
Ora  Sebastin a tenermi compagnia. Con la sua videocamera mi riprende mentre metto i
carboni accesi nello scaldavivande e dispongo sulla griglia la carne dorata, appetitosa. Ha sempre
voluto fare il cameraman e ci  riuscito. Quando studiava alla scuola di cinema di Monaco di Baviera,
ho accettato di guardare insieme a lui i film di Ejzentejn e Fritz Lang come se fossero una novit. Tutti
i miei figli sono i miei preferiti ma a Sebastin mi unisce qualcosa d'intangibile e il motivo  che, dopo
la sua nascita, mi presi un anno di congedo dal lavoro a cui in Germania avevamo diritto anche noi
uomini. Sua madre continu a lavorare e il bambino visse stretto al mio petto, in un marsupio che si
metteva come uno zaino ma al contrario. Ogni quattro ore andavamo nella clinica dove lavorava sua
madre per la poppata, poi facevamo la spesa, prendevamo e restituivamo libri nella biblioteca del
quartiere, e allora mi tornava in mente l'odore di sigarette che sentivo quando il mio vecchio mi
abbracciava nei pomeriggi freddi di quegli inverni e di quella Santiago ormai irrimediabilmente
perduti.
Non so se sono stato un buon padre, ma so che mi sono goduto ogni secondo passato accanto ai
miei figli, come so che avrei dovuto trascorrere molto pi tempo con loro. Non so se sono sempre stato
giusto, ma loro s, lo sono stati.
Mio figlio Carlos  musicista; durante un tour mondiale con il suo gruppo, gli Psycore, nel
momento in cui le adolescenti urlavano e piangevano perch Carlos Kalle Seplveda, l'unico della
band a non essere nato in Svezia, dava i tocchi finali al suo assolo di chitarra, all'improvviso si 
fermato, ha sollevato in aria lo strumento e ha gridato: Questa chitarra me l'ha data il mio vecchio! e
poi ha ripreso a suonare, a riempire la scena con le sue note prolungate e la sua aria feroce di leader del
gruppo rock pi heavy della Scandinavia.
Mentre guardavo questo concerto su MTV col ricordo sono tornato ad Amburgo e mi sono visto
entrare un pomeriggio da Steinway&Sons, il pi importante negozio di musica, per poi uscire con la
Fender Stratocaster che tuttora Carlos tiene tra le mani, anche se sono passati pi di vent'anni. E poi
sono tornato ancora pi indietro nel tempo, perch ho visto il mio vecchio che usciva da una libreria di
Santiago con una stilografica Centenario, che mi consegn con un semplice: So che ti piace
scrivere.
L'amore dei figli arriva in modi diversi: a volte ha la forma della fotocopia di un diploma, come
quello di Paulina, appena laureata alla facolt di giornalismo, o di una tuta arancione (modello
Guantnamo, ha detto Max) che spiccava fra varie tute bianche in una fiera dell'automobile a
Barcellona. Su tutte le tute bianche si leggeva il nome Siemens, ma su quella arancione c'era scritto:
Max Seplveda Team Chef. Oppure ha la forma di quei fagottini fragili che prendo in braccio
ingoiando le lacrime mentre mi dicono:  tuo nipote Daniel,  tuo nipote Gabriel,  la tua nipotina
Camila,  la tua nipotina Valentina,  la tua nipotina Aurora.
Finalmente siamo tutti seduti a tavola, Carlos versa il vino, Sebastin lo assaggia ed esclama
che  buonissimo, Paulina distribuisce le insalate, Jorge affetta il pane, Max e Len servono la carne
cercando di essere equi, i nipotini e le nipotine vogliono le costolette, le nuore e il genero li aiutano a
tagliarle, e Pelusa, mia moglie, la mia compagna che mi conosce meglio di me stesso, mi prende una
mano e dice: Sono i tuoi figli, Lucho. Sono i tuoi figli.
Del mio vecchio ho una fotografia accanto a mia madre e un pacchetto di sigarette Monarch che
aveva in tasca quando  morto. E il ricordo? S, anche quello, ma non mi appartiene del tutto perch si
va diluendo e arriva a ondate, in modo aleatorio, tanto che a volte ho dei dubbi e mi domando se il
vecchio era davvero cos o se sono i meccanismi di difesa della memoria che ricordano sempre il
meglio.
Come mi vedono in realt i miei figli? Una volta Len mi ha domandato come era suo nonno e
l'unica cosa che ho saputo rispondere  stata: era un bel vecchio. Cosa risponderanno quando i loro
figli domanderanno com'ero io?
Carlos, con la bocca piena di carne sugosa, esclama che l'asado  pi buono che mai.
Ti  venuto buonissimo, vecchio confermano tutti, e Sebastin batte sul bicchiere con la
forchetta per fare un brindisi.
Al vecchio! e tutti alzano i bicchieri.
Allora chiedo alla vita di concedermi che l'asado resti compito mio ancora per molti anni, che
sia compito del vecchio convocare i figli e i nipoti alla tavola di famiglia.
Non so se sono, se sono stato un buon padre. Ma so dell'affetto dei miei figli e so che ho
cercato di essere un amico su cui possano sempre contare, un compagno, qualunque cosa accada. E
questo mi fa sentire in pace.
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Note.
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1.  Viva le Asturie, in asturiano. (N.d.T.).
2.  Mio nonno era picconiere, l nella miniera, e picconando il carbone nero ci ha lasciato la vita. (N.d.T.).
3.  Ho la camicia rossa, trallallara lallar, del sangue di un compagno, guarda, Marusia, guarda! Guarda come sono ridotto. (N.d.T.).
4. Questo testo  gi uscito in formato digitale nella collana Guanda.bit con il titolo Uno spettro si aggira per la Spagna.
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FINE.